Entro a Free Derry. Cammino per il quartiere cattolico-nazionalista del Bogside e arrivo davanti al murales, simbolo della città nord-irlandese. Una parete bianca specchiata nel verde del prato davanti, su cui è scritto in nero: “Ora stai entrando nella libera Derry”.
Fu realizzato alla fine di Columbus Street da John Casey, subito dopo gli scontri del gennaio 1969 tra i residenti della zona che eressero barricate per impedire ai membri lealisti della Ruc (Royal Ulster Constabulary) di invadere le loro case.
A fianco del dipinto di Casey ce ne è un altro: un ragazzo con la maschera a gas sul viso, in mano una bottiglia molotov, pronta per essere lanciata. Sullo sfondo, agenti britannici avvolti dal fumo.
Qualche passo soltanto sull’erba tagliata di fresco, e i miei occhi incontrano una statua: ha la forma di una H. Come i famosi blocchi del carcere di Belfast, The Maze, dove erano tenuti prigionieri i membri dell’Ira durante gli anni terribili dei Troubles.
Sulle colonne di pietra scorrono in verticale i nomi dei giovani che nel 1981 si lasciarono morire di fame per urlare al mondo il loro diritto di vivere liberi. Il primo, in alto a sinistra, è quello di Bobby Sands, l’allodola d’Irlanda.
Nel mezzo della scultura, una mano imprigionata dal filo spinato regge una colomba: le ali aperte per volare via dal cemento prigioniero. La seguo con l’immaginazione e la vedo posarsi poco distante sul Bloody Sunday Memorial.
Una stele scoperta nel 1974, due anni dopo l’eccidio della Domenica di Sangue, in cui persero la vita 14 civili inermi, falciati dal fuoco e dall’odio cieco dei parà britannici durante una manifestazione pacifica per i diritti civili organizzata dal Nicra (Northern Ireland Civil Rights Association). Leggo i loro nomi scolpiti nel granito, poi alzo lo sguardo. Col sole negli occhi vedo a fatica la scritta incisa lassù: “Il loro epitaffio è nella continua lotta per la Democrazia”.
Rivivo quell’episodio pochi metri più in là, nel Free Derry Museum. Un edificio dall’esterno rosso sangue, vicino a un murales raffigurante Guernica di Picasso. Dentro, invece, le pareti sono bianche. Lo gestiscono su base volontaria. Così mi spiega l’incaricato, parente di una delle vittime.
Teche di vetro conservano le “prove” del massacro: bombe inesplose, pallottole di piombo, sparate dai soldati di Sua Maestà contro la folla radunata per reclamare i propri i diritti. Vecchi stendardi e lenzuola scritte, il fazzoletto di Padre Daly sventolato mentre cercava di portare in salvo Jackie Duddy, colpito a morte.
Sul muro di sinistra, 14 croci in legno ricordano i caduti. Un grande schermo trasmette instancabile le immagini di quel giorno. Sento gli spari, i vetri infrangersi, la folla urlare per il terrore. Vedo in bianco e nero molte persone scappare, altre cadere colpite, il fumo alzarsi nel cielo come le mani in segno di resa.
Con questo peso sul cuore e il rumore assordante nelle orecchie, esco dal museo. E riprendo Columbus Street. I murales che raffigurano i momenti salienti dell’eccidio, come quelli dei momenti tragici dell’Irlanda del Nord, sfilano sulle pareti della case.
Le autoblindo britanniche, foriere di terrore. Gli agenti che fanno irruzione nelle case. Prigionieri repubblicani vestiti di una lisa coperta per protestare contro il trattamento carcerario. Gente che “urla”: “Un uomo, un voto”, “Occupazione, non credo religioso” per ribadire il diritto al voto per ogni persona, l’abolizione della legge d’emergenza e del gerrymandering (lo stratagemma elettorale che dava i seggi agli unionisti anche nelle circoscrizioni in cui erano minoranza), e una legislazione contro la discriminazione sul lavoro.
Arrivo in fondo alla via. Davanti ho una scultura che ricorda altri caduti repubblicani. Di fronte c’è la sede del Bogside Artists. Sono loro che hanno dipinto il quartiere con queste opere. “I disegni – mi racconta il ragazzo al banco – sono storia. La storia di quello che è successo negli ultimi quarant’anni in Irlanda del Nord”.
Gli chiedo se crede veramente nella pace: “Penso che come la Libertà sia uno stato mentale. C’è una scritta più avanti così, forse l’ha vista”. Sì, mi ha impregnato l’anima. “Nessuno qui, né da una parte né dall’altra vuole più la guerra. Ma per superare ciò che è stato, credo dovrà passare ancora del tempo. Almeno una generazione. Forse in quei giorni potremo avere un’Irlanda unita”.
Prima di uscire, compro un poster: racchiude tutti i murales del Bogside. Al centro c’è un mosaico arcobaleno con incisa una colomba bianca. “Il disegno originale è stato fatto da bambini cattolici e protestanti”, mi dice il ragazzo del negozio.
Esco da Free Derry con un sorriso di speranza.






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Grande pezzo.
Rigore giornalistico ed emozioni personali vissute sul luogo.
Complimenti!
bellissima descrizione!!! io ci sono stato lo scorso mese……e ci ho lasciato il cuore in irlanda del nord…..verrà il loro giorno!!!!
Ci sono stata a Derry. E leggendo questo pezzo mi sono nuovamente emozionata.
C’è qualcosa di infranto lì. Si percepisce negli occhi dei ragazzi che camminano per strada con lo sguardo indurito, si respira nei black taxi. Ma i colori dei disegni sui muri sono la voce di una nuova speranza. sono storia sì, ma molti guardano avanti. Ad un futuro di pace.
Complimenti per l’articolo.
Sara
Gentile Fabrizio,
grazie per il tuo commento e i complimenti: l’emozione nell’attraversare quei luoghi è unica. Sono felice tu l’abbia colta dal mio reportage.
Gentile Enrico,
grazie per il tuo commento.
Anche io come te credo, spero, prego che arrivi quel giorno. Un giorno in cui uomini, donne e bambini siano tutti uguali nei diritti e nei doveri. A prescindere dal loro credo. E che l’Irlanda torni a essere una come fu creata.
Gentile Sara,
grazie per il tuo commento.
Ciò che hai visto tu è ciò che ho incontrato io: una gran voglia di guardare al domani senza più paura. Con la prospettiva di un orizzonte arcobaleno.
Bel pezzo, complimenti. La bellezza dei luoghi non è solo nell’estetica, ma anche nei sentimenti, nelle sensazioni, nell’aria che si respira… e tu l’hai espressa al meglio.
Gentile Enrico1,
grazie per il tuo commento.
In quei luoghi c’è un intreccio di sentimenti e storia che si respira a ogni passo.
Sono passati due anni da quando passeggiavo per quelle strade respirando pensando. Oggi l’ho rifatto. Grazie
Gentile Riccardo,
grazie per aver camminato con me tra le mie strade e la mia gente.