L’Old Crown è un tintinnare di bicchieri.
La ragazzina bionda e lentigginosa dietro il bancone spilla litri e litri di birra, mentre il cassiere conta soddisfatto le banconote da cinque sterline con l’effigie della regina.
Il locale è pieno di gente di ogni età. Attraversare il bar per sedersi a un tavolo è un’impresa degna di un navigatore che sfida i flutti dell’oceano.
Un uomo, il cappello schiacciato su un volto rubizzo, ondeggia nei suoi stivali da agricoltore e prima di urtarmi lancia un “Cheers!”.
Si scusa e mi offre un giro. Così ne approfitto per chiedergli dove è questa crisi che sta decimando i pub inglesi al ritmo di quattro al giorno come raccontano i giornali.
“E’ un grosso problema, Sir”, mi dice alzando il bicchiere di cherry per brindare contro il mio di Guinness.
“Anche qui da noi a Hesket Newmarket era così sino a poco tempo fa”. Urlandomi nell’orecchio con la voce impastata, mi spiega che pure l’Old Crown avrebbe fatto la stessa fine.
Poi, però, gli abitanti di questo piccolo villaggio del Lake District, nell’Inghilterra del nord, hanno formato una cooperativa e l’hanno comperato. Lui è uno dei soci. Nonché uno dei grandi consumatori.
Nel giro di sei mesi gli affari sono a dir poco raddoppiati, il locale è stato ampliato, una tradizione salvata.
“Sir, per noi il pub è un simbolo. Come la regina. Dio la salvi!”, mi dice dopo aver prosciugato il bicchiere e averne ordinato un altro alla ragazzina sempre più trafelata.
“Però il problema c’è – continua a urlarmi l’agricoltore proprietario -. Nel resto del paese molti bar hanno chiuso e se quello là non fa qualcosa, ne spariranno altri”.
Credo che “quello là” sia Gordon Brown a cui gli avventori chiedono di intervenire per salvare l’emorragia dei clienti che sempre più numerosi abbandonano i locali.
Leggendo i giornali di qui, molti si lamentano per il divieto di fumo nei luoghi pubblici introdotto l’anno scorso da Tony Blair prima di lasciare l’incarico di premier.
In realtà, oltre a questa misura e al cambio generazionale di abitudini, c’è da considerare soprattutto la concorrenza spietata dei supermercati che vendono gli alcolici sottocosto.
Ma secondo la British Beer and Pub Association il problema più grande sono le tasse sempre più alte che hanno fatto “fermentare” i prezzi.
“La chiusura dei pub è una minaccia per la vita sociale di intere comunità – ha detto Rob Hayward, direttore generale di BBPA -. Se si va avanti così i villaggi resteranno senza un bar nei prossimi anni”.
Solo nel 2007, 1.409 pub hanno chiuso. Sette volte in più rispetto al 2006, con una riduzione di oltre 30 milioni di pinte di birra al giorno. Soprattutto nelle zone rurali.
“Abbiamo bisogno del sostegno del governo e dell’opinione pubblica”, ha detto ancora Hayward ricordando che “era dai tempi della Grande Depressione degli anni ’30 che non si aveva un consumo così basso”.
Con la nuova finanziaria, approvata lo scorso mese, il prezzo di una birra è aumentato di 5 centesimi, quello di una bottiglia di vino di 17 e quello di un superalcolico di 70.
“E’ tutta colpa di quello là”, mi dice l’agricoltore proprietario e indica una scritta incollata sulla colonna del locale.
Adesso capisco che “quello là” è il ministro del Tesoro Alistair Darling e non Brown. Sul foglio c’è scritto: “Alistair, you’re barred”. In pratica: “Qui non puoi entrare”.
“Invece lei è il benvenuto, Sir. Venga con me”. L’uomo, sempre più rubizzo, mi prende sotto braccio e insieme sfidiamo i marosi del pub.
“La porto a vedere la stalla qui di fuori che abbiamo comperato. L’abbiamo trasformata in un mini-birrificio”.
“Sentirà che profumo di malto e luppolo, Sir”.





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