E’ ancora buio, sono le cinque e un quarto del mattino, l’ora migliore per assistere ai riti di chi sul Gange viene a pregare, vivere e morire. Giancarlo De Cataldo (scrittore e drammaturgo italiano) sostiene che sulle rive del fiume sacro l’anima non può essere ingannata: se hai qualcosa dentro che ti si rigira come un serpente, Varanasi te lo riporterà a galla.
Magia della spiritualità? Può darsi, anche se da questo punto di vista le delusioni, per me, almeno inizialmente, sono state piuttosto cocenti: bisogna aspettare un po’ prima che qualcosa di spirituale in senso stretto si prenda il disturbo di invadere i tuoi pensieri.
Appena varcata la soglia di uno dei principali ghat della città santa, in molti si accorgono della mia carnagione diversa: c’è chi si offre di pulirmi le scarpe, chi di massaggiarmi le spalle, chi di leggere il mio futuro, chi il mio passato e chi di farmi fare un giro in barca: il tutto nello spazio di trenta secondi.
Cerco tranquillità, ma lei, la quiete, non mi aspettava. E allora, come tutti gli ospiti che si sentono a disagio in casa d’altri, cerco di essere educato e composto.
Ho deciso di starmene seduto sulle scale del ghat, così, in disparte e senza alcun obiettivo preciso. Ho aspettato non so cosa e guardato una piccola fetta di umanità, multicolore e calorosa, lavarsi animatamente nel Gange. Anzi, meglio detto, a fare le abluzioni, termine che indica il bagno fatto per purificare anzitutto lo spirito.
Non me ne vogliano i credenti, ma l’induismo è una religione che mi sento di definire “strana”: non ha fondatori e nemmeno, nel suo vastissimo politeismo, una gerarchia divina.
E se a questo aggiungiamo che ciascun credente può rivolgersi al suo personalissimo dio nei modi che preferisce, in quanto non esistono né testi ufficiali né un’istituzione religiosa centrale, possiamo capire come ai nostri occhi da occidentali “quadrati” e schematici l’induismo possa, in effetti, risultare “strano”.
Ed è così, attrezzato di codesta forma mentis, che assisto a una serie di riti religiosi piuttosto inconsueti: un ragazzo dalla carnagione bianchissima, direi un nordico europeo alla ricerca di qualcosa che a casa sua evidentemente non trovava, fa sventolare su un piedistallo una grossa piuma di pavone, cercando di cadenzarne i movimenti al ritmo di una dolce litania.
Sullo sfondo vedo una serie di persone vestite d’arancio, forse una quindicina in tutto, anch’esse danzare, ma solo con la parte superiore del corpo e con un’attenzione che mi pare piuttosto meticolosa nel non muovere assolutamente le gambe. Ciascuno a modo suo fa volteggiare mani e braccia. La visione d’insieme mi risulta razionalmente incomprensibile, ma dolcissimo e poetico anche perchè, finalmente, una fettina di sole illumina il tutto di un bel rosso pallido.
Qualche metro ancora più in là vedo i fumi dei cadaveri che velocemente stan diventando polvere per il Gange. Cataste di legno e corpi avvolti in drappi bianchi: l’induista fortunato finisce così la sua esistenza terrena e io, piano piano, mi abbandono alla sua religione, senza capirla e senza desiderarla.
Ma felice, felicissimo di essere qui a pochi metri da lui, morto, a pensare me stesso, vivo, finalmente avvolto da una pace profondissima.





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