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L’India di Sai Baba

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Odore d’India. È stato pubblicato un libro di recente con questo titolo. Già. Ma che odore è? Chi l’ha conosciuto non lo scorda mai più. È un misto d’incenso, smog, fiori, aria calda, di cocco, di polvere che entra dalle narici e investe l’anima. Lo ricordano il cervello e il cuore.

E’ la prima sensazione che s’avverte la mattina, spalancate le finestre del proprio appartamentino nell’ashram di Sathya Sai Baba a Puttaparthi; un villaggio dell’Andra Pradesh nel sud dell’India. Un posto ineguagliabile a nessun altro, perchè le cose che succedono, l’energia che s’avverte, gli strani incontri che si fanno, rendono questo luogo di devozione unico nel suo genere.

Per arrivarci occorrono tre ore d’auto dall’aereporto internazionale di Bangalore nel vicino stato del Karnataka. La strada è per metà asfaltata per cui i sobbalzi, dopo un po’ non si contano più. Si passa attraverso innumerevoli villaggi molto poveri e pieni di lucine.

Si vedono persone a tutte le ore della notte, le donne, per esempio, con la loro cesta di fiori o frutta sulla testa devono percorrere molti chilometri prima di raggiungere il mercato dove, sedute per terra venderanno la merce per poche rupie. Ma si vedono anche enormi camion, pullman carichi di cose e persone stipate che vanno chissà dove.

Torniamo all’ashram. Gli occidentali vengono ospitati in stanze poco adorne con bagno. Ci si accontenta. Chi va là non va in vacanza, va in pellegrinaggio, va a conoscere Swami come viene chiamato Sai Baba. Guru, maestro di vita, autore di libri che ha fatto tanto per il suo popolo.

Ci sono tre mense che offrono ottimi pasti: con un euro si mangia dall’antipasto al dolce. Poi sparsi per i grandi giardini smeraldini, curatissimi ci sono bancarelle di cocco, bibite e gelati. Si può mangiare tutto tranquillamente. Fuori no. Massima allerta. La vita scorre con un ritmo diverso: i pensieri fluttuano e si avverte libertà.

La mattina si odono dagli altoparlanti i Veda, gli antichissimi testi della scienza indiani, seguiti dai bhajan i canti devozionali. Si possono ascoltare nel mandir, il luogo dove Baba saluta i devoti una volta al giorno, oppure dalle panchine immerse nel verde o mentre si passeggia.

L’aria è surreale, fa caldo, ma si sopporta. Si vedono persone di tutte le razze, di tutti i culti. I bimbi indiani sono proprio simpatici, ti chiedono mille volte “How are you?” e sorridono, sempre, anche se indossano pochi stracci e sguazzano scalzi nelle pozzanghere.

Si può visitare il villaggio di Puttaparthi ci sono shop, internet cafè e tre musei. Una favolosa costruzione è l’università e gli studenti la frequentano gratuitamente. Così come curarsi presso l’ospedale è gratuito e ci lavorano diversi medici italiani.

Nell’ashram ci sono restrizioni alimentari, è vietato fumare e alle 21 i cancelli si chiudono. C’è un’esigente vigilanza notturna. Al ritorno, nel bagaglio si ha un carico d’esperienze che renderà migliori.

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LIBRI

Oltre la paura

"Oltre la paura" di Lorenzo Calamai - Edizioni della Meridiana, 2005

La mia India – Pensieri in viaggio

"La mia India - Pensieri in viaggio" di Paola Pedrini - Polaris, 2011



2 commenti a “L’India di Sai Baba”

  • cristina alle ore 6:14 pm scrive:

    l’india del mio grande Maestro,la MIA india la mia grande Madre

  • Leo alle ore 10:54 pm scrive:

    é l’avatara per eccellenza
    finalmente ho trovato con Lui la vera pace (ananda)
    incarnazione di shiva aiutami nel mio cammino verso Te grazie.

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