Si piange. Si ride allo stesso modo a qualsiasi latitudine e longitudine del globo terrestre. A qualsiasi età. Ma che cosa sono questi sentimenti? L’artista tenta disperatamente e appassionatamente di comunicare quello che c’è dentro in sé stesso. In noi. Nelle cose.
“L’impressionismo: dipingere la luce. Le tecniche nascoste di Monet, Renoir e Van Gogh”, è la mostra inaugurata lo scorso 11 luglio nell’inimitabile cornice di Palazzo Strozzi, a Firenze, e che vedrà esposte oltre sessanta opere, tra cui capolavori di Manet, Monet, Renoir, Van Gogh, Gaugin, Caillebotte, provenienti dal Wallraf-Richartz-Museum & Foundation Corboud di Colonia.
Una finestra aperta sul mondo di una fra le correnti artistiche più note. Più studiate. Più affascinanti e più avvincenti del mondo, che ha conservato intatte freschezza, spontaneità, bellezza e mistero.
Un mondo in evoluzione sviluppatosi nella seconda metà dell’Ottocento. Scienziati e artisti si chiedevano come catturare le impressioni. Una ricerca non ancora conclusa e alla quale si può continuare a partecipare. A contribuire.
A fianco di queste opere, i loro attrezzi. Colori in tubetto, valigette, nuovi pennelli, attrezzature pratiche che concedevano piena libertà al pittore, prima costretto nello studio, ora anche con la possibilità di dipingere all’aria aperta, a contatto con il Creato tutto. En plen air.
Nuove teorie scientifiche sul colore spingevano gli artisti ad analizzare gli effetti di luce e ombra. Nella mostra il visitatore parte per un viaggio. Ed è invitato a rispondere ad alcune domande su ogni dipinto. È stato realizzato in maniera veramente spontanea? È stato dipinto veramente all’aria aperta? È veramente compiuto? Come vediamo oggi i dipinti degli impressionisti?
Le risposte, se queste si devono trovare, vanno ricercate in noi e già il tuffarsi in questo evento, può aiutarci a cercarle. Uno sforzo cromatico per portare la cultura tra la gente. Palazzo Strozzi diventa così un luogo per partecipare. Interagire. Proporre. Essere detective e protagonisti.
Sette sale complessive. La mostra introduce il visitatore nel mondo degli artisti, contesi da un lato dalla visione accademica, e dall’altro dalle teorie di Goethe e Helmonz, schienziati e pittori che si chiedevano come catturare le impressioni, ovvero le fugaci percezioni della realtà nel momento stesso in cui le avvertivano, per riprodurle sulla tela. In maniera spontanea.
Nella seconda sala, come anticipato, si passa a scoprire le innovazioni che hanno permesso tutto questo. Un corredo tecnico che ha supportato il genio creativo di questi signori. Nella successiva, il visitatore potrà osservare e scoprire, attraverso l’ausilio di tecnologie quali lenti d’ingrandimento, raggi x e infrarossi, se l’opera è stata realizzata effettivamente all’aria aperta.
Nelle due tappe successive, spazio alle considerazioni per capire se le opere impressioniste sono il frutto di un lavoro spontaneo oppure il progetto meticoloso, per approdare poi alla considerazioni della penultima sala, dove si cercherà di capire se l’opera è finita. Quando si può definire tale? Monet lavorava per anni su una stessa tela.
Infine, per coinvolgere le famiglie, c’è la settima sala. Dedicata al Giallo. Un crimine impressionista. Un immaginario pittore impressionista viene trovato morto al Bois de Boulogne: pennelli e tavolozza sono sparpagliati per terra, un quadro incompleto è appoggiato sul cavalletto.
La polizia ha rimosso il cadavere e isolato la scena del delitto dove ci sono tutti gli indizi ed è compito del visitatore aiutare a capire che cosa sia veramente accaduto. A settembre, con la chiusura dell’esposizione, sarà svelato il mistero. In attesa, saranno premiate le storie più convincenti e, naturalmente avvincenti.
Palazzo Strozzi si tinge d’arcobaleno su tela (e resterà così fino a domenica 28 settembre). Il resto, dalla meraviglia ai pensieri, è competenza del pubblico. Sta a lui entrare, per poi perdersi, e quindi ritrovare la strada. Ci vuole anima. Ci vuole passione e libero ingegno. Ve la sentite?





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