Il Taj Mahal al tramonto © Stuck in Customs
L’amore è talmente potente che alla fine può anche tramutarsi nel suo esatto contrario. Dovrebbe essere gioia, ma può essere altrettanto facilmente dolore, tormento e delusione. Nel Taj Mahal è racchiusa l’essenza del perfetto sentimento in tutte le sue sfaccettature.
La morte dell’amata moglie dell’imperatore moghul Shah Jahan è incastonata nel tempo; basta osservare fugacemente il mausoleo, per vivere, anche noi, la passione che i due avevano provato l’un per l’altro.
Ma è pure una costruzione dall’aspetto triste e decadente, con i suoi marmi che riflettono una luce mai troppo viva.
Shah Jahan fece una solenne promessa alla moglie Banu Begum, quella di costruirle, per l’appunto, un mausoleo nel caso in cui lei non gli fosse sopravvissuta. Il quale non solo avrebbe rappresentato la loro unione al di là del tempo, della vita e della morte, ma avrebbe rappresentato l’Amore, quello con la a maiuscola.
Lo spirito del Taj Mahal è stato sintetizzato da Tagore, poeta indiano che con poche pennellate linguistiche riuscì a descrivere l’universo dell’animo umano, e che disse del magnifico mausoleo:“è una lacrima di marmo poggiata sulla guancia del tempo”.
I lavori di costruzione furono titanici in tutti i sensi: i materiali, pregiatissimi, arrivarono da ogni parte dell’India, ma pure da oltre confine; zaffiri dallo Sri Lanka, lapislazzuli dall’Afghanistan e cristalli dalla Cina, tanto per dire.
Probabilmente furono più di mille gli elefanti utilizzati per trascinare i pesantissimi marmi e, leggenda vuole, a tutti i lavoratori impegnati nella titanica impresa furono amputate le mani al termine della costruzione. Perché Shah Jahan voleva che l’opera, non perfettibile, non fosse mai più ripetuta.
E il Taj Mahal, come alle volte accade alle storie d’amore più passionali, fu dimenticato per diverso tempo, finché, al termine del XIX secolo, gli inglesi, che all’epoca governavano l’India, si resero conto che il disinteresse per una tale opera d’arte non poteva perdurare. Pena la lenta distruzione della stessa.
Qualcuno pensò, viceversa, addirittura alla demolizione, al fine di recuperare i marmi e le pietre preziose. Il destino di molte opere d’arte, che oggi sono universalmente riconosciute come tali, è stato simile: ad esempio, anche la tour Eiffel, negli stessi anni, ha rischiato la morte per demolizione.
Fortunatamente oggi il Taj Mahal viene invece coccolato come si conviene: viene combattuto, in suo onore, pure l’inquinamento urbano che, si sa, nel Nord dell’India è molto spesso devastante e ormai ben poco arginabile. Il marmo, che doveva essere bianchissimo proprio come si spererebbe un amore eterno, sta invece ingiallendo piuttosto velocemente.
Il Taj Mahal ci sussura di Shah Jahan, ci parla della moglie Banu Begum, del loro amore, della vita e della morte, del triste sospirare di ogni innamorato a cui sia stato sottratto il sangue dalle vene, ci racconta di passioni mai sopite.
Ci urla la sua gioia per un’esistenza che non può essere vana. Né in terra, laddove le nostre carni ogni giorno si perdono in vuoti giri di parole, e nemmeno in cielo, laddove tendono, da quel lontano 1653, i suoi minareti, che mi va di definire fieri e tristissimi.
Il Taj Mahal, in fondo in fondo, ci dice una sola cosa e per giunta estremamente semplice: la vita ha un senso e uno soltanto, quello dell’amore.

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