In Giordania, terra mediorientale, esiste un luogo permeato dalla magia. E’ il luogo in cui il passato regna sul tempo che, qui non ha il permesso di scorrere. E’ Petra, meraviglia per gli occhi. Mondo in cui le rocce non sono solo più tali, ma diventano vive. Raccontano la loro storia in questo ameno anfratto del pianeta, nella zona meridionale giordana, per secoli celato dal deserto.
Petra è colorata di rosa e di mille sfumature, dovute alla conformazione delle sue rocce. E’ magnificata da ogni viaggiatore ed io, in questo sito archeologico tanto caro a Lowrenz d’Arabia, non posso che fermarmi ad osservarla con reverenziale silenzio.
Petra, la leggendaria, è ancora tutta da scoprire, nasconde molto di se sotto terra. Ospita il suo monumento più solenne, il monastero, in cima alla collina ed è uno degli edifici più difficili da raggiungere. La salita, lungo un sentiero a gradini, è un po’ impervia.
Il monastero, il cui nome in arabo è ad Dayr, si mostra con la sua enorme facciata di 50 metri circa, scavata nella montagna e davanti ad esso si apre una sorta di piazza spaziosa e assolata su cui è possibile riposare, anche all’ombra di un piccolo bar che accoglie i visitatori con bibite fresche e panche in legno ricoperte da tappeti.
Il panorama da qui è suggestivo, oserei definirlo “potente” grazie alla sconcertante vastità di Petra. Per giungere fino al Monastero, come molti, decido di affidarmi ad un asinello noleggiato da un giordano. Non mi sento molto tranquilla seduta su questo povero animale che deve salire al mio posto. Non sono abituata ad un mezzo di trasporto come questo.
L’asino è docile, remissivo e, con il capo chino, si dirige verso la scalinata che conduce al monastero. Lentamente sale i gradini, uno alla volta, mentre io mi sento sempre più incerta sulla mia posizione e sempre più timorosa di cadere. L’asino percorre questa strada ogni giorno – mi dico per rassicurarmi – la conosce, ma la rassicurazione non basta a placare l’ansia.
Il sentiero è stretto e i gradini, costruiti dai nabatei nell’arenaria, sono parzialmente danneggiati, sia dall’usura, sia dal continuo passaggio di questi animali che salgono e scendono da qui ogni giorno, più e più volte al giorno.
Il mio buon asinello si destreggia con scioltezza tra un gradino e l’altro, tra i vari asini, suoi compagni di lavoro. Ma nel destreggiarsi cammina proprio sul bordo del sentiero da cui posso osservare, fin troppo bene, il dirupo sottostante. Siamo molto in alto – ripeto all’asinello – quasi a spronare la sua attenzione e a sottolineare il pericolo.
Quando pare darmi ascolto e allontanarsi dal burrone, cammina lungo la montagna, sul lato opposto del dirupo, ma così vicino alla roccia che il mio ginocchio sinistro ne risente, al punto da arrossarsi per le continue sfregature. Ma a questo punto devo scegliere. Il burrone o il ginocchio sbucciato.
La salita procede, sotto il cocente sole estivo della Giordania, terra dalla forma geografica sinuosa e sottile. Finalmente, il mio asino ed io arriviamo a destinazione. Il monastero non si vede subito. E’ nascosto dietro alcune rocce. Scendo dal dorso del mio mezzo di trasporto. Una carezza per ringraziarlo dello sforzo e poi mi dirigo verso il monastero. E’ incredibile la sua bellezza. Un diamante grezzo incastonato nella roccia.
Sembra un’illusione ottica. L’edificio è poco ornato, semplice e, pare che all’interno vi fossero delle croci. Ad ogni modo, gli storici lo ritengono un tempio, probabilmente dedicato al re nabateo Obodas I. Tutto attorno al monastero ci sono piccole cavità e luoghi da esplorare. La sosta è d’obbligo e si può restare comodamente seduti ad osservarlo per ore, fino a poco prima del tramonto, quando il caldo perde un po’ la sua insistenza e i colori si ammorbidiscono.
A questo punto, verso il crepuscolo, mi incammino per tornare a valle. Qualcuno lo fa a dorso d’asino ancora una volta, ma io preferisco andare a piedi. L’esperienza sull’asino è stata emozionante, ma meglio non ripeterla. Così, rientro alla realtà con Petra nella memoria e un ginocchio sbucciato.





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Al Regno delle meraviglie si addice il silenzio: musica perfetta.
Il mio grazie molto sentito all’utrice.
Grazie a te Caterina.