Curve morbide, sinuose, perfettamente simmetriche, carezzevoli e lisce come la seta, luminose e calde.
Sembra la descrizione di un corpo femminile. In realtà è un altro corpo. E’ il corpo del deserto. Del deserto del Marocco.
Terra d’Africa assolata e dalla sconcertante bellezza. Terra dei popoli berberi che, nei primi secoli della civiltà arabo-islamica, è nota come al-Maghreb-al-Aqsa, il luogo più lontano dove tramonta il sole, vista la sua posizione all’estremità occidentale dell’Africa settentrionale.
Regno del sovrano Mohammed VI, salito al trono nel 1999. Qui, si trova l’Erg Chebbi, l’unico vero erg sahariano marocchino. Un’enorme distesa, sconfinata, di sabbia dorata. Un’atmosfera magica, unica.
A pochi chilometri dal villaggio Merzouga, dove è possibile fare sosta prima di avventurarsi nel deserto, si fa scorta di viveri e, soprattutto di acqua. Poi, in sella ad un dromedario, si attraversa l’erg. La fretta, la frenesia va abbandonata. Ogni cosa acquista un aspetto diverso nel deserto. Sembra cambiare profilo e adattarsi alle forme voluttuose delle dune.
E l’idea che il deserto sia disabitato sfuma, fino a svanire, alla vista, nei casi fortunati in cui si pratica pazientemente birdwatching, di passeri, caprimulghi egiziani, uccelli canori desertici, gruccioni dalle guance blu.
Il passo del dromedario è docile, lento, ondulato. Cammina sul filo delle dune, sul bordo tracciato dal vento, con agilità, eppure è così imponente e non appare affatto leggiadro.
Molleggia affondando le zampe nella sabbia, mentre il viaggiatore, ben ancorato alla sua sella, sembra ondeggiare su e giù sul suo dorso. E’ una danza. Silenziosa. Il capo carovaniere arabo lo lascia incedere, osservandolo solo per evitare spiacevoli cadute al cavaliere occidentale che, per ovvi motivi, non è abituato a questo insolito mezzo di trasporto.
Giunti in un piccolo accampamento, realizzato per trascorrevi la notte, ci si sistema nelle tende all’antica maniera berbera. Sono semplici, colorate e ricolme di coperte di lana. Impensabile usarle nell’estate marocchina, ma il deserto di notte muta forma e temperatura.
Di giorno, le dune sono montagne affusolate. La sabbia è fine e bollente. Si insinua ovunque. E’ difficile camminare nel deserto, ma la fatica è compensata dalla vista panoramica. Mai la stessa. Mai uguale a se stessa perché ogni alito di vento scolpisce le dune in maniera diversa. Basta un soffio per cambiare geometria.
L’erg si mostra come una vallata, fatta da colline e da pianure. Tutte in sabbia color ocra. La notte, invece, se piena di stelle e senza luna, lascia il viaggiatore esterrefatto.
Nessun posto al mondo è più vicino alle stelle quanto il deserto. Nel buio del nulla, nel silenzio e nella pace che inonda l’Erg, ci sono solo le stelle a brillare. La loro luce è più intensa che ovunque.
Fa persino un po’ impressione osservarle. Sono tante, davvero tante e così nitide che è come scoprirle per la prima volta. Sembrano miliardi di occhi che guardano la vita dall’alto. Si viene avvolti dalle stelle nel deserto.
L’aria calda, adagio adagio, viene sostituita da un vento più fresco che, a tratti, non lascia respirare ed è qui che, nell’abbraccio della notte, si apprezzano le coperte, sebbene dormire sotto le stelle sia un’esperienza imperdibile.
Si lascia scorrere la sabbia, granello dopo granello, attraverso la mano. E’ fresca. I berberi hanno l’abitudine di immergersi nel deserto. Si ricoprono di sabbia, durante la notte per rinfrescarsi dalla calura diurna. E la temperatura corporea cala concedendo un po’ di refrigerio.
E’ questo il battesimo del viaggiatore nel deserto.





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