La corriera, che parte dall’aeroporto Atatürk diretta in città, ferma in piazza Taksim. Qui i turisti fanno un cenno con un braccio per attirare lo sguardo di un tassista, e poi fuggire via. Perché Taksim è un luogo enorme, caotico, privo di bellezza. Come tentacoli di una medusa, si distendono in tutte le direzioni vie larghe e anonime che si infilano nel ventre della città, percorrendola in ogni direzione.
A sud, verso Istiklal caddesi, la via commerciale, c’è un monumento dedicato a Kemal Atatürk. Il padre della repubblica turca morto qui a Istanbul nel 1938. A nord della piazza un palazzo fatiscente ospita il centro culturale Atatürk. Non c’è nessun paese dove un uomo è tanto celebrato. Nella costituzione è scritto; il capo immortale e l’eroe senza rivali.
In ogni dove sventolano nell’aria bandiere rosse con mezzelune bianche e una stella. Un sole smorzato proietta una luce monocromatica che fa risplendere il profilo della folla che invade le strade o si fa trasportare dal tram storico che attraversa tutta Istiklal, fino al quartiere di Galata.
Mi muovo a piedi, attratto dall’odore della carne alla griglia, dal carosello circolare dei taxi gialli i cui clacson si sovrappongono alla cantilena rauca del muezzin. Le vie straboccano di carretti di legno che vendono spremute di melograno, i ponti di pescatori che non so come fanno a scorgere i galleggianti nell’acqua densa, color pece, che scorre sotto.
Sotto una pioggia leggera ma insistente raggiungo un mercato del pesce. Saranno una ventina di bancarelle a ridosso del ponte Bogùaziçi, strette tra l’incombere di grossi palazzi anonimi e il mare; una lingua scura di acqua salata che si spinge dentro la città, la taglia in due parti e questa la chiamano Haliç, il corno d’oro.
Salgo sulla torre di Galata, costruita dai Genovesi nel 1348. Sorge su un’altura su cui si arrampicano vie strette che ricordano i carruggi di Genova. Appoggio lo sguardo a est e a ovest; sulle luci blu dei ponti, sulle navi che attraversano lo stretto, su dodici milioni di persone.
Un profilo di case basse e di palazzi e moschee con i minareti appuntiti che spezzano una linea perfetta che accentua la bellezza scomposta di Istànbul; un insieme disomogeneo di stili, di epoche, di colori dove ogni luogo sembra uno spazio che nasce e muore lì dove sta, a dispetto degli altri.
Il Gran Bazar, il palazzo del sultano o la basilica Hagia Sofia che guarda, ma sembra sfidarla, Sultanahmet Camii. La Moschea Blu. L’anima duplice di Istanbul sta tutta in questa distanza, le poche centinaia di metri che separano la basilica e la moschea.
Blu poiché la luce del sole, che filtra dall’esterno, riflette i colori delle maioliche azzurre di Nicea che ricoprono le mura, le colonne e gli archi. L’illuminazione bassa dei lampadari cade come mille gocce di luce e i piedi nudi sprofondano in un tappeto rosso e soffice e infinito. Al di là di delle transenne scorgo alcuni uomini che pregano, rannicchiati sulla pancia.
Sono spiazzato da un senso di libertà. La mancanza di punti di riferimento tipici delle cattedrali cattoliche; l’altare, le navate e le panche rivolte verso il sacerdote. Qui tutto sembra casuale, come un grande spazio semivuoto dove ognuno è libero di perdersi. Come accade quando si visita Istanbul, dove l’unico riferimento sono le salite e le discese.





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