“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte,
Caina attende chi a vita ci spense”.
(Dante, Inferno V, 103-107)
Teatro di questa triste tragedia narrata dal Sommo Poeta nell’Inferno, che vede come protagonisti Paolo e Francesca, è una tra le rocche più belle d’Italia, quella di Gradara, che si innalza su un colle al confine tra Marche e Romagna in una posizione strategica e dominante.
Gradara è un piccolo borgo medievale, distante 25 km da Rimini, che si affaccia sul mare, e domina dall’alto la riviera proprio nei pressi di Gabicce Mare e Cattolica. Dentro le mura del castello tutte le attività hanno un unico scopo: fare in modo che il tempo si sia fermato.
Tutto sembra essere come nel 1200. Non stupitevi se durante una visita al borgo incontrerete persone in costumi medievali, strumenti ed armi antiche, musica suggestiva, ristoranti che portano i nomi dei personaggi vissuti nel castello.
Se andrete a pranzo da Paolo e Francesca, oppure a cena al Mastin Vecchio, sarete sicuri di essere proprio a Gradara. Nel borgo tutto vive ancora come nel Medioevo e nessuno ha voglia di lasciarsi alle spalle il passato.
Tanti negozietti tipici sorgono lungo la via che conduce all’ingresso del castello, creando in anteprima quell’atmosfera che si vivrà all’interno delle stanze dove vissero Sforza, Malatesta e Della Rovere.
La costruzione ha avuto inizio intorno all’anno 1150 per volontà di Pietro e Ridolfo De Grifo che, caduti in rovina, si videro sottrarre i loro possedimenti dal papato. Malatesta da Verrucchio, detto il Mastin Vecchio, si impossessò quindi della torre dei De Grifo, dando inizio ai lavori di costruzione della Fortezza e delle due cinte di mura, opere della dinastia dei Malatesta.
Nel 1446 un terribile assedio sconvolge la vita del borgo. Francesco Sforza, con l’aiuto di Federico da Montefeltro, tentò di conquistare la rocca difesa da Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Gradara riuscì a resistere per ben 43 giorni, dimostrando la solidità della sua fortezza e il coraggio dei suoi difensori. La doppia cinta muraria e i tre ponti levatoi furono di grandissimo aiuto per la resistenza.
Questo evento è il centro e il perno delle attività del castello. Voluto fortemente dall’indimenticato sindaco Micucci e continuato abilmente dall’attuale, Franca Foronchi, si celebra già da tre stagioni la resistenza della rocca sotto assedio.
La terza settimana di luglio viene riproposto un originale e suggestivo “Assedio al Castello”. Durante la giornata il borgo e i suoi abitanti mostrano scene di vita del ‘400, sfilano i mangiafuoco e i giocolieri, viene ricostruito l’accampamento, si vedono cariche di cavalleria e si odono spari di bombarde. Anche i ristoranti ripropongono i piatti tipici dell’epoca.
Alla sera poi, la rocca viene completamente evacuata per dare il via alla battaglia che culmina nel suo punto massimo: l’assedio. Questo può essere rivissuto grazie ad un meraviglioso spettacolo pirotecnico che si può ammirare anche a chilometri di distanza, durante il quale, senza esagerare, sembra che l’intero castello sia dato alle fiamme.
La nuova tecnologia computerizzata consente di coordinare musica e fuochi, in una danza di luci e coreografie che ci esplodono di fronte dagli occhi e ci lasciano a bocca aperta. Si calcola che lo scorso luglio si sia superata quota 30 mila presenze rimaste entusiaste dall’evento.
Passeggiando infine nella via degli Innamorati, non si può far altro che immaginarsi coloro che qui furono uccisi per amore: Paolo e Francesca.





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