Giordania meridionale, Rum, il posto di frontiera. Qualche tenda di beduini, un piccolo fortino e in lontananza Qā Disi. Intorno un paesaggio che vive seppur immobile. Le sei del pomeriggio, scende la sera sulla sabbia rosa nell’anticamera del deserto arabico.
Bolle l’acqua per il tè nella tenda beduina di lana scura. È territorio degli “Oweitat” i leggendari guerrieri che un secolo fa ebbero larga parte nei successi di Lawrence d’Arabia, oggi padroni del deserto.
Il vecchio accovacciato ha i gesti del passato e le parole solide come un contratto. Assicura la polizia giordana la sacra ospitalità di quattro reporters battendosi le mani sul petto. Fuori la tenda, le Toyota governative e il lento ruminare dei cammelli ancorati alla sabbia.
Un passaggio di consegna scandito da suoni gutturali, pacche sulle spalle e profumo di montone. Dentro la buca nel terreno riempita di braci è pronto il mansaf avvolto da drappi e ricoperto da sabbia. Con riso e pistacchi suggelliamo un patto e un viaggio.
Poi il silenzio nel grigioverde dei cespugli dove s’allungano le ombre delle rupi d’arenaria che sovrastano il deserto come antiche cattedrali dorate, incise da piogge dimenticate da millenni e lavorate dalla sabbia portata dal vento. Il tramonto trasforma forme, colori e vita. Le gazzelle si rintanano negli anfratti sui monti, i serpenti scivolano nelle loro tane, dai “jebel” scendono le iene. Fruscii e movimenti furtivi nell’ultimo tepore della sabbia.
La famiglia di beduini s’addormenta mentre il mondo rotola in attesa della luna. L’esile levriero entra nel mio sacco a pelo per assorbire il calore del corpo. Fuori, tra le dune mulinelli di sabbia che poi svaniscono. Sono chiamati “giin”, geni maligni e innocui dei beduini che vengono allontanati dal suono del “rababah”, violino arabo. Un’asta di legno, la cassa di pelle, crini di cammello e un archetto. La musica del vento che incanta la notte.
Se Allah è il dio dei deserti, il beduino è il più vero seguace. Questo popolo non conosce la sofferenza quotidiana del dubbio. Vede solo colori primari, contorni precisi e geometriche certezze. È la legge del deserto.
I nomadi di Wadi Rum sono i “puri”, discendenti dei cacciatori che dal lontano paleolitico s’aggiravano in questa valle senza essersi mai piegati al lavoro della terra. Fieri, avvezzi alla libertà degli spazi confinati, si prendono cura dello spettacolare Museo nel deserto della Giordania.
Coperti dalla kefiah lasciamo la tenda quando i bambini più grandi sono già lontani col gregge di capre. Solo punti neri che scompaiono tra le rocce dilatate in orizzonti più vasti dalle nuvole che indugiano a cumuli sopra di loro facendole sembrare pagode vermiglie.
I colori sfumati dell’alba sono ormai bruciati dal sole a picco, sbiaditi da un cielo sfolgorante. Sul rovente deserto ondulato sorgono come giganti cupole grigie e piramidi scintillanti di arenaria e basalto. Il deserto non lascia scampo senza una guida. La Toyota accarezza la pista di sabbia fino ad una toccante sequenza di pilastri di pietra, alti mille metri. Puntiamo verso una parete rocciosa a canne d’organo, alla cui base si apre il canyon di Al-Khaazali.
Il fondo di sabbia impalpabile cede sotto passi incerti. Una spaccatura larga meno di due metri si restringe verso l’alto. Sulle pareti di falesia, generazioni di nomadi hanno inciso scene di vita , caccia, armenti. Incisioni rupestri, un libro di storia delle genti del deserto.
La luce obliqua fa risaltare la trama delle rocce, parole e disegni scolpiti dal vento nell’incomprensibile linguaggio della natura che modella contorni di guglie, archi e forme in un luogo strategico e ricco di sorgenti, un tempo presidio di mercanti nabatei.
“Vasto, echeggiante e divino”. “Dopo due giorni di viaggio nel pianoro, in valli come prigioni.. un paesaggio libero.. come una finestra nel mezzo della vita”. Thomas Edward Lawren, così descrisse il deserto di Wadi Ru. Dal 1998 riserva naturale protetta.





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