In cima ad una piccola collina, circondata da mura crociate, lungo la cosiddetta Strada dei Re in Giordania, terra mediorientale, si erge Karak (o Crac di Moab).
Animata e vivace cittadina, a metà strada tra Amman, capitale del Paese e Petra, il suggestivo sito archeologico patrimonio Unesco, rappresenta un luogo di sosta per i viaggiatori.
All’estremità meridionale del colle, svetta il castello crociato, mirabilmente conservato.
Da qui la vista sulla vallata Wadi Karak è mozzafiato, sembra perdersi nell’infinito.
I colori predominanti, come un po’ in tutta la Giordania, vanno dal giallo ocra, al beige, al lieve rosso e all’intenso azzurro del cielo.
Il castello di Karak risale all’anno 1142, quando i primi crociati, sfruttando le potenzialità difensive del luogo, lo edificano su uno sperone roccioso della collina. Da qui in avanti, la costruzione dell’edificio subisce notevoli apporti, in particolare sotto l’influenza della personalità di Reginaldo di Chatillon. Uomo spietato e crudele.
Il castello stesso è strettamente legato alla vita di Reginaldo, alle sue nefandezze.
Nel 1147 sposa Stefania di Milly, giovane vedova del Signore di Oltregiordania e, grazie al maggiore potere derivatogli da tali nozze, spadroneggia a Karak per anni.
Si racconta che uno dei suoi divertimenti, se tali si possono definire, più bizzarri è quello di gettare i prigionieri, dalle alte mura del castello, lungo il dirupo, rinchiudendo loro la testa in una cassa di legno, in modo da farli soffrire, mantenendoli vigili, prima dello schianto al suolo.
Le urla delle vittime di Reginaldo sono la sua melodia preferita. Provengono dai sotterranei dove scaraventa i nemici di turno.
E sotterranei sono anche i lunghi e ampi corridoi, aperti al pubblico, ovvero camere buie e fresche usate per la conservazione delle cibarie, solitamente granaglie.
La visita prosegue nelle antiche caserme, nella cucina che ospita alcune macine per le olive e un grosso forno. L’aspetto più grandioso è dato dal torrione mamelucco, la parte più protetta del castello. E la più alta.
Come in ogni storia, anche in questa c’è un “ma”. Le scorrerie del signore di Karak proseguono, fino a quando il Saladino di queste terre, il condottiero e stratega curdo Salāh al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb, dopo lunga attesa per cogliere il momento propizio, attacca Reginaldo durante lo sposalizio di suo figlio, unico erede.
Il palazzo banchetta, Karak è in festa, mentre le truppe di Reginando, da un lato, e quelle del Saladino all’altro, si affrontano mortalmente.
La battaglia, chiamata di Hattin, del 1187, vede la sconfitta del perfido Reginando, decapitato per mano del suo avversario che, a quanto pare, in un gesto di clemenza risparmia i novelli sposi e gli altri nobili.
Le guide locali che mostrano la fortezza ai viaggiatori, ancora oggi, narrano, un po’ con ironia, un po’ con l’intento di incuriosire, che alcune notti, si avvertono degli insoliti rumori di catene provenire dalle camere sotterranee e dei sommessi lamenti.
Forse, le pareti del castello di Karak conservano, nelle proprie pietre, il ricordo delle sofferenze inferte da Reginaldo ai suoi prigionieri.





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