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Giardin Majorelle, l’oasi di Marrakech - foto : Scorcio floreale dei Giardin Majorelle © Monica Genovese
Scorcio floreale dei Giardin Majorelle © Monica Genovese

Giardin Majorelle, l’oasi di Marrakech

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Il centro pulsante del Marocco, Marrakech. La vivace. La suggestiva. La colorata. La speziata Marrakech. Dove ogni cosa è pura essenza di vita. Immagine sincera, schietta e, al tempo stesso, artefatta della realtà, come se qui, in questa terra assolata e luminosa, la realtà fosse diversa adeguandosi ad un altro mondo.

Marrakech è così. E’ assolutamente un altro mondo. Magnetica. E il suo magnetismo esplode a Djemaa el-Fna, l’enorme piazza nella Medina, la città antica, da cui si dipartono le stradine che conducono ai souq, energici labirinti di mercati arabi.

Ma se la piazza Djemaa el-Fna è una sorta di circo a cielo aperto, ricco di bancarelle, venditori, tatuatrici di hennè, la tipica mistura naturale per le decorazioni del corpo, incantatori di serpenti che, adocchiato il turista gli adagiano sulle spalle il lungo animale per lo scatto immortale di una foto, naturalmente a pagamento, un altro luogo trova riparo da tutto questo.

E’ il luogo della calma. Marrakech è celerità, frenesia, accelerazione, ma in questo luogo, il tempo si lascia distrarre e scorre più lentamente. Si tratta dei Giardin Majorelle.

L’orgoglio della città, il suo lato romantico e pacifico. Il suo lato botanico. In Africa, dove l’acqua non è da considerarsi sempre scontata, vive un lembo di terra fertile e verdeggiante, addirittura lussureggiante.

A nord del Gueliz, la zona moderna cittadina, sorta durante il protettorato francese e il cui nome deriva dalla pietra arenaria delle cave del Gueliz, si scorge, quasi in maniera poco visibile, l’ingresso ai Giardin. Valicatolo, la sorpresa attende il visitatore.

Si apre un piccolo parco. L’eden di Marrakech. Un palmeto, e non solo, che risale agli anni Venti. Opera del pittore francese Jacques Majorelle, innamorato del Marocco dove trascorse gli ultimi quaranta anni della sua vita.

A lungo celati al mondo, o dimenticati e trascurati, i Giardin Majorelle hanno trovato un degno rinnovamento solo relativamente di recente. Nel 1962, anno della morte del pittore a cui devono il nome, lo stilista Yves Saint-Laurent fonda a Parigi la sua casa di moda e inizia la sua ascesa professionale.

Nel 1980 tale ascesa gli consente di acquistare l’intera struttura dei Giardin Majorelle e, da un lato, riportarli all’antico splendore, dall’altro renderli arte grazie al suo genio creativo.

Il colore dominante di questo luogo era il blu, voluto da Majorelle che lo dipinse quasi come su una gigantesca tela. Blu intenso, profondo e ancora oggi è incontrastato protagonista, insieme alla natura e al tocco di giallo impresso da Saint-Laurent.

E’ qui che due artisti diversi, di epoche diverse, hanno espresso il proprio rispettivo amore per l’arte, la natura, i colori e Marrakech.

Si passeggia in un quadro. Si cammina sulla tela all’interno della creazione facendone parte. Qui, l’olfatto è appagato dai profumi floreali. La vista rigenerata dalla bellezza dei cactus svettanti verso il cielo, dei tanti bambù, delle cascate di buganvillee rossastre, delle palme, dei banani, delle azalee che si cullano sulle acque delle piccole vasche.

Le piante sono ovunque, disposte in maniera ordinata, segnalate e curate in ogni dettaglio. Abbracciate dall’edificio che le ospita. I colori dei fiori e delle foglie si sposano perfettamente con quelli della struttura.

L’azzurro acceso e luminescente abbaglia sotto la luce chiara del sole del Marocco e, a ben guardare, non si riesce a comprendere se sono le piante a fare da sfondo alla meravigliosa casa blu e gialla di Majorelle o se lo sono le sue pareti, i suoi ornamenti, le sue ceramiche.

I Giardin rappresentano l’armonia, il silenzio, la contemplazione di Marrakech. La sua oasi.

Una parte dell’edificio ristrutturato espone vari oggetti, gioielli, cinture, cortine nuziali, tappeti, antichi manoscritti, quadri di Majorelle e la collezione di arte islamica di Yves Saint-Laurent che, rendendo pubblici i Giardin, ha aperto al mondo una finestra sulla bellezza.

Ed è forse l’unico caso in cui la natura, già perfetta così com’è, viene resa migliore – se possibile – da mano d’uomo.

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"250 chilometri di emozioni. Storia di una maratona estrema in mezzo al deserto" di Matteo Molinari - Zona Contemporanea, 2010

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