Gerusalemme © ϻicκγ
Un viaggio in Israele, indipendentemente dalla propria fede religiosa o ateismo, è suggestivo e affascinante. È un camminare nella storia. E a Gerusalemme la storia non è nel passato, ma cammina per le strade della città. Qui, la storia parla. Pronuncia lingue di diverse popolazioni.
Ha un volto. O meglio, ne ha tanti. Ha le facce degli ebrei. Dei musulmani. Dei cristiani. Dei bambini con i boccoli ai lati del viso, e i cappelli neri a falda larga sul capo, o delle bambine con i chador. Qui non esiste un solo popolo. Ogni cosa ha più di una valenza. Più di un solo significato e più di una risposta. Tutto ciò che è sacro, abita qui.
Alla frontiera di terra, se non si arriva direttamente in aereo, mediamente i turisti aspettano circa due, tre ore per accertamenti vari. Gli altri, i palestinesi, qualsiasi sia il motivo del loro ingresso, sono sottoposti a controlli di sei ore circondati dalla milizia e da sbarre di ferro.
Dalla Porta di Jaffa, all’inizio della Cittadella di Gerusalemme, ci si può dirigere nel suq, nel lungo e stretto corridoio di mercati che offrono ogni genere di cosa. Gerusalemme è vivace, colorata, frenetica, cosmopolita. Passando da un quartiere all’altro, dal musulmano all’ebraico, dall’armeno al cristiano, tutto si miscela e si confonde. Ma è una confusione che non genera disordine.
I negozi vendono, indistintamente croci cristiane, menorah (candelabro ebreo a sette braccia), kippah (copricapo degli ebrei maschi), chador (indumento femminile islamico), spezie, dolciumi dall’aspetto gommoso. Nei quartieri, ad ogni angolo, ci sono telecamere per questioni di sicurezza e, nei pressi dei vari ingressi alle zone musulmane ed ebree, ci sono numerosi militari.
Uno dei primi siti da visitare a Gerusalemme, è il cosiddetto Muro del Pianto. Era il muro di cinta del Tempio della città che, secondo la Bibbia, conteneva l’Arca dell’Alleanza al cui interno erano custodite le Tavole della Legge.
Era l’edificio più sacro all’Ebraismo. Dalla sua distruzione, resta solo questa parte del muro a ricordarlo. Molti lo definiscono “muro de pianto”, ma non sempre agli israeliani piace sentirlo nominare così perché, a loro avviso, davanti al muro, non ci si reca per piangere ma per pregare.
Qui ognuno, assorto nel proprio misticismo, prega con le mani appoggiate al muro, ponendo in ogni piccola fessura bigliettini custodi di preghiere. Tutti uguali. Tutti speranzosi. Tutti un po’ più vicini a Dio. Qualunque esso sia.
Alle spalle del muro, c’è la zona islamica con la vasta “spianata delle moschee”. Un luogo dall’aspetto e dalla simmetria incredibile il cui accesso è negato ai non musulmani. Nella piazza del muro, lateralmente si trovano le fontane per le abluzioni dove gli ebrei si lavano le mani prima della preghiera. Gesto tipico anche ai musulmani nelle loro moschee.
La radice comune di tutte le cose della vita è evidente. Dalla piazza si scorge il Monte degli Ulivi che domina la zona orientale cittadina. È qui, su questa collina, che la tradizione cristiana vuole che Gesù abbia trascorso la sua ultima notte prima della condanna a morte.
Il Santo Sepolcro, o Chiesa della Resurrezione, un edificio religioso molto ampio e particolare, è il luogo di devozione situato nel quartiere cristiano della Città Vecchia. Secondo la tradizione indica il luogo in cui Gesù fu crocifisso, sepolto e poi resuscitato.
Da qui si snoda la Via Dolorosa, un itinerario, spesso affollato da processioni organizzate da cattolici di ogni Stato, di origine medievale, che ripercorre, suddiviso in quattordici Stazioni, il percorso di Gesù Cristo, dal Pretorio al Monte Golgota.
La tradizione della Via Crucis è molto antica. Risale ai tempi delle crociate. In realtà, sia il tracciato della Via Dolorosa, sia il numero esatto delle stazioni hanno subito, nei secoli, variazioni, fino all’assetto attuale, dovuto a scoperte storico-archeologiche.
Definire Gerusalemme non è possibile. È la città dove le più importanti religioni monoteistiche del mondo sono nate. Dove ebrei, cristiani e musulmani cercano di convivere da secoli.
"Vogliamo vivere qui tutt’e due" di Amal Rifa’i e Odelia Ainbinder - Tea, 2003

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