L’aeroporto di Ben Gurion è una combinazione di elementi antichi e moderni; tra fontane a zampillo e scritte elettroniche lo sbarco si svolge con le domande approfondite e pur sempre banali dei funzionari. In ebraico Tel Aviv significa primavera e la città ha uno splendore blu quando vi accoglie tra le strade di un bianco marino, tra ristoranti profumati e alberghi che scintillano dai loro sette piani.
Il pellegrino oltrepassa in silenzio. Ogni viaggiatore è pellegrino, per aegrinus che viaggia nell’estraneità, non solo l’ignoto di un territorio, ma egli stesso entità che esce dai contorni noti per trasformare l’abituale in sconosciuto. Pulsione che fa del pellegrino viaggiatore del tempo, uomo restituisce alle cose i profili dell’essenza, scavando nella visione del secolo.
Lasciandosi la Tel Aviv di vetro e facciate candide, la strada prosegue verso le colline verdi della Galilea, costa fertile abitata dal Giordano generoso. La terra prende forma dalle sponde sabbiose del Mediterraneo, dividendosi in appezzamenti dove alberi e frutta traboccano. La pianura di Saron avvolta dal sole tiepido del pomeriggio è una grande distesa di arance e mandarini. Quando il sole cala, lascia un’impronta dorata sulle facciate e la danza del tramonto è una folla di ombre che disegna alberi dai profili violacei.
Cesarea oggi ha il fasto dell’epoca romana. Raccontata da Flavio Giuseppe, fu capitale della provincia romana di Palestina. Il suo passato giace addormentato ai piedi di rovine che la sabbia tenta di nascondere con implacabile polvere d’oblio. L’acquedotto romano, di epoca erodiana, si staglia nell’indaco della sera con i suoi archi di mattone caldi di luce dove il vento porta l’intenso odore del mare e il film del tramonto rosso lascia una sabbia bagnata che resta tra le dita.
A Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega, a Haifa di lavora, dice la gente.
Haifa vive nel profumo dei vigneti coltivati alle pendici della montagna del Carmelo. Edifici pieni di luci per un centro portuale di grande rilievo, è nota per il commercio di diamanti. Mi appoggio alla balaustra di una terrazza, Haifa di sera è un pullulare di luci. Nella notte che ormai intesse la sera di fili blu, annegano nell’oscurità del porto gli ultimi bagliori di San Giovanni d’Acri. Qui riposa Mizra Hussein Ali, fondatore della dottrina Baha’i, muta testimonianza che nel paese delle contraddizioni l’armonia dei diversi fu possibile.
Il bastone del pellegrino cammina veloce e dopo aver attraversato Nazareth e i mosaici di Zippori, preocede assetato verso dolci sorgenti. Medita nel parco verde del Monte Tabor. Anni fa i bambini vendevano spremute di arance dolcissime tra vecchi taxi neri, oggi ci sono pulmini e chioschi di souvenirs, ma l’atmosfera non cambia e la pace resta un’atmosfera netta che si lascia respirare a pieni polmoni.
A 212 metri sotto il livello del mare, il lago di Tiberiade costituisce la maggiore riserva idrica del paese. Lo alimenta il fiume Giordano. Il suo flusso antico, oltre a campi di verde, disseta anche i pellegrini ansiosi di purificazione: sulle sue sponde sono in molti a celebrare un battesimo di rinascita. E per sfamare lo stomaco i kibbutz vicini organizzano ristoranti di pesce, molto frequentati e con un’ottima cucina. Il primo Kibbutz fu Degania, costruito nel1909 dalle solide mani ebree provenienti dall’Europa Orientale.
Inseguendo la via, vediamo progressivamente perdersi l’acqua florida, che va scomparendo tra le fenditure delle rocce. Canyon aridi nascondono segreti dove il silenzio è rotto solo dal belare delle occasionali capre di proprietà dei nomadi che rifiutano le case del governo per dormire nelle loro tende di tessuto.
Il deserto del Negev occupa la metà del Paese, silente patria degli Esseni. Nascosti in questo altopiano, fondarono una complessa comunità ascetica. Le rocce non raccontano e noi ben poco conosciamo di questo popolo. L’aria secca ha conservato i suoi rotoli per duemila anni, avvolti in teli di lino e mai dati alle stampe. Proseguiamo, con la sensazione di aver solo intravisto il barlume di un racconto che cade tra la sabbia.
La statale 1 disperde i pensieri nel vento e mi porta, finalmente, verso la Città Santa. Guardo le bambine nomadi che corrono scalze e mi salutano, penso all’orgoglio di questo popolo che vive nella polvere. Gerusalemme è un cielo immenso, un intrico di cupole d’oro che il sole dipinge nella sera rosa di stelle lontane. Gerulemme è un suk dove le lingue sono una torre di Babele che urla per sovrastare la folla che sciama mercati e mercanti.
Divisa in quattro quartieri, in quello arabo mi sveglia l’urlo cantilenante del muezzin. Si espande nell’aria porpora del mattino, quando le vie attorno alla sinagoga Hurva si riempiono di cappotti scuri e ragazzi dai riccioli lunghi e gambe magre corrono verso la preghiera, oscillando il capo. Citta Santa per tre religioni, le tre principali del monoteismo, questo unico Dio ha avuto un gran senso dell’ironia se ognuno deve proclamare le sue preghiere gomito a gomito con un infedele.
Mi chiedo dove sia questa Terra Promessa. Cammino anch’io tra i ciottoli, fino al Santo Sepolcro. Schiere di candele sono conficcate nella sabbia dei candelabri, evanescente esercito di croci incerte. Guardo i pellegrini e anche io mi inchino, davanti a questi Dio dalle tante facce e davanti a questi uomini che accendono fiamme. Forse la Terra Promessa non è una regione, ma prospettiva. Terra Promessa è un luogo che esiste nella mente.






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