Il richiamo del mare di Genova è forte come una calamita: so che le attrazioni della città dovranno cedere per un momento il passo a quel fazzoletto blu, screziato di bianco, all’orizzonte. Mi perdo tra le vie un paio di volte. Ma poi eccomi davanti al Grande Blu, sul belvedere Pertusio. Lo stridulo chiacchiericcio dei gabbiani si mescola al sordo rimbombo delle sirene che annunciano le navi dirette verso il Mediterraneo. Le loro voci si insinuano sottopelle per scorrere lungo le mie vene.
Non c’è un paesaggio mozzafiato davanti a me, eppure questo spazio portuale, riqualificato da Renzo Piano, è un panorama suggestivo, che bevo con gli occhi. Le lunghe braccia del Bigo che sovrastano Piazza delle Feste, la bolla accanto all’Acquario, la palazzina Milo col museo dedicato alle spedizioni italiane in Antartide, ma anche i container pronti per le navi in partenza. Mentre passeggio lungo il molo incrocio un gruppo di uomini sulla banchisa. Comunicano tra loro col solo sguardo, mentre dirigono le operazioni di carico e scarico. La loro coreografia muta mi ipnotizza.
Ammiro col cuore in subbuglio questa marina indaffarata e ritorno con la mente a pochi minuti prima, mentre attendevo il mio turno di discesa alla stazione di Piazza Principe. Osservavo gli sguardi dei passeggeri in tenuta vacanziera sul convoglio. Non tradivano alcuna emozione. Mi sono chiesta come facessero a rimanere indifferenti al richiamo del liquido ventre materno da cui tutti abbiamo avuto origine.
Per chi ogni giorno si affaccia sul profilo dei palazzoni milanesi e si riempie i polmoni con le esalazioni degli scarichi automobilistici, una finestra affacciata sul mare e quel sentore di salmastro restano sogni da cullare fino alle prossime vacanze. Da piccola, diretta ai litorali liguri, accoglievo quell’annuale apparizione con lo stesso, immutato, stupore. Il mare è sempre là. L’incrollabile certezza della sua presenza continua a riempirmi di gratitudine
Alle mie spalle, le facciate dei palazzi nascondono l’intricato dedalo di vie del centro storico. I caróggi, una volta regno incontrastato di contrabbandieri e prostitute, oggi hanno perso buona parte del loro fascino e pullulano solo di botteghe artigianali apprezzate dai turisti. A pochi passi dal Porto Antico, passando dall’imponente Porta dei Vacca, ecco l’ex peccaminosa Via del Campo, cantata da De Andrè. La luce fatica a filtrare, stretta com’è tra le pareti delle case pastello.
Quasi per omaggio, solo il negozio di dischi che fu di Gianni Tassio, amico fraterno di De Andrè, è illuminato dal sole. Dalle vetrine di questo scrigno di memorabilia legate a Faber, ora di proprietà del Comune, l’inconfondibile timbro vocale del cantautore si spande nell’ora dello struscio. Dai chiaroscuri caravaggeschi di Via del Campo, riemergo sul lungomare con una focaccia che trasuda olio. Un gabbiano ammicca al mio pasto. Gliene offrirò un pezzo a patto che mi faccia volare sul suo dorso sopra la città.





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