Qui vedo le movenze sinuose e leggiadre di una giovane e bella donna che ondeggia il suo bacino lentamente, consapevolmente, danzando una danza sconosciuta. I suoi occhi corvini anticipano misteri mai svelati mascherando, di tanto in tanto, il volto con veli trasparenti. Cammina con passo felpato, si muove verso il re fissando il suo sguardo nello sguardo di lui, senza mai distoglierlo.
Salomè. Questo è il suo nome. Evoca fascino e proibizione. E la sua antica danza è quella dei sette veli. Siamo a Macheronte, attuale Mukawir, in Cisgiordania, Medio Oriente. La suggestione di questo lembo di terra non ha eguali e mi penetra nell’anima, oltre che nella memoria, senza lasciarmi un istante, nemmeno al rientro in Italia.
Il paesaggio è color giallo ocra, un po’ grezzo e polveroso. E’ il luogo della storia, del Vangelo e ora è anche il mio luogo. Macheronte è noto per ospitare l’imponente palazzo di Erode Antipa. Una antica fortezza, costruita da Erode il Grande, tristemente noto per la strage degli innocenti, l’assassinio dei bambini ebrei maschi e padre di Antipa da cui eredita il territorio dell’allora Perea, regione al di là del fiume Giordano.
Il palazzo oggi è un cumulo di resti su una collina. Dell’antico splendore non conserva quasi nulla, se non poche testimonianze lasciate da cocci di ceramica, dalle sembianze della struttura, dal cortile circondato dalle colonne e dalle terme. La cima della collina non offre riparo dal sole e dal caldo incessante estivo.
Raggiungerla vuol dire camminare in salita, lungo un ripido sentiero, ma ornato dal panorama la cui vista, in alto, spazia fino all’orizzonte. E’ un pezzo di Galilea ai propri piedi. In questo luogo desolato, in tempi remoti, Erode si unisce a Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, e ordina l’arresto di San Giovanni Battista che lo condanna per la sua condotta amorosa.
A tal punto, Erodiade reclama la testa di Battista, ma il re esita. E’ necessario uno stratagemma per averla vinta. E così, durante un banchetto, la principessa Salomè, figlia di Erodiade e di Filippo, per volere materno, si esibisce in una danza appassionata che provoca la lussuria di Erode.
Questi, pur di bearsi ancora della danza dei sette veli di Salomè, le promette, in cambio, ogni cosa. Ed ogni cosa la fanciulla ottiene. La testa mozzata di Battista su un piatto d’argento. Del banchetto leggendario e delle vicende narrate, sul colle di Macheronte ne odo l’eco.
Sottile come il sibilo del vento. Immagino Salomè camminare nelle stanze reali proprio dove ora cammino io. Muovo i miei passi nel presente, sfiorando il bordo del cortile del castello, mentre la provocante principessa dei sette veli mi osserva dalla dimensione del suo tempo. Pochi viaggiatori arrivano fin quassù, così il sito archeologico, per qualche ora, è un po’ solo mio. E di Salomè.
Posso vederlo con gli occhi con cui lo osservano i suoi antichi abitanti. E per vederlo in questo modo, bisogna che faccia ricorso a tutta la mia fantasia. Ma il suo attuale aspetto fa sembrare che il palazzo sia inghiottito dalla terra e, in fondo, in parte è così.
Scendo proprio nei sotterranei. Finalmente, un po’ di refrigerio. Si tratta di vari ambienti freschi. Mi trovo sotto il castello di Erode dove, una volta, vengono raccolte le acque e da alcuni segni lasciati proprio dall’acqua sulle pareti posso capire la capienza di questa sorta di cisterna.
Quasi mi spiace lasciare l’ombreggiato sotterraneo. E, mano a mano che risalgo, la luce del sole, mi abbaglia. E’ accecante. Mi colpisce in pieno. Per un attimo mi impedisce di mettere a fuoco. Vedo davanti agli occhi bagliori sfocati, strisce di colore e, poi all’improvviso, complice il caldo, mi pare di notare, in lontananza, una sembianza femminile che, provocante, danza sulla cima del colle, con i suoi sette veli.





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