Etiopia settentrionale. Città di Adigrat, la più grande del Tigrai, antico punto di collegamento tra Etiopia ed Eritrea, oggi accoglie numerosi caschi blu dell’Onu a causa delle tensioni tra i due stati.
A quattro chilometri da Adigrat, verso est, nei pressi delle rovine dell’antico forte italiano, attuale caserma militare etiope, 765 soldati italiani ed altri 659 ignoti, sono rimasti qui, in terra straniera.
Lunghe fila di lapidi ordinate, disposte le une accanto alle altre. Tutte di marmo chiaro, giallino, e su molte una sola scritta resta a ricordare una vita: caduto ignoto.
Sono tanti i caduti ignoti. Figli di quell’Italia che, durante l’occupazione d’Africa fra il 1935 e il 1938, sono morti in nome di un colonialismo voluto da Benito Mussolini.
Figli di quell’Italia che non può piangerli perché ignora il loro nome.
Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani e amici dell’Italia al di là dei monti e al di là dei mari! Ascoltate! Il maresciallo Badoglio mi telegrafa: “Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”.
Così il Duce annuncia al Paese la conquista di un pezzo del Corno d’Africa. Nasce l’impero italiano.
Qui, oggi, in questa zona quasi nulla racconta del passato italiano, nonostante Etiopia e Italia abbiano in comune una pagina di storia.
Qui niente rammenta la presenza dei connazionali, fatta eccezione per alcune costruzioni, strade, ponti e l’abitudine degli etiopi di mangiare pasta e bere caffè, pianta di cui questa terra è fertile.
Mi aspetto che qualche anziano ancora parli o comprenda l’italiano, ma non è così. La lingua usata, oltre a quella locale ovviamente, è l’inglese, ma tutti, alla vista di un gruppo di italiani, sorridono e salutano.
Ricordare è doveroso, ma lo è anche ricominciare. Così un grande cartellone, posto davanti al parco delle stele di Axum, città storica, recita: “Il popolo italiano e il popolo etiope saranno amici per sempre”.
Dopo queste digressioni, torno anche con la mente in questo cimitero. E’ piccolo, curato, poche piante ai lati di un corridoio di pietroni, un esile guardiano che apre il cancello di ingresso in cambio di poche monete, la bandiera con il tricolore innalzata tra due alberi svettanti verso il cielo azzurro, una croce. Alle spalle del cimitero, brune colline.
Una scultura raffigurante un libro con l’elenco delle città in cui sono morti i soldati sepolti. E accanto un minuto altare sul quale è riposto un grande libro. Ogni visitatore scrive qualche frase, un commento, una preghiera. Lo fa anche uno dei miei compagni di viaggio.
Lo sfoglio e le parole sono quasi tutte in italiano. Genitori che salutano i figli defunti e di cui nulla sanno, ipotizzando che siano qui. Mogli che parlano dei propri mariti, uomini che, sopravvissuti al conflitto, narrano la loro esperienza di soldati in questa terra e piangono i compagni persi.
Questo libro è testimone di quanti passano in questo luogo. Ha occhi per vedere i volti commossi dei visitatori, orecchie per ascoltare i loro ricordi. Qui c’è un pezzo d’Italia. Un pezzo senza retorica, senza se, senza ma, senza rancori, senza odio.





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Bello l’articolo, mi piace. Ti meravigli se ti dico che lì, in Etiopia e in Eritrea, c’è ancora qualcuno che si ricorda del nostro passato. Mi trovavo a Lalibelà nel 2005 quando un anziano di una settantina d’anni, forse perché ci aveva sentito parlare, si avvicinò e, esprimendosi nella nostra lingua, mi disse: “Voi italiani siete rimasti qui solo cinque anni, ma avete fatto più cose voi dei quelle che sono state fatte nei cinquant’anni successivi”.
Ad Asmara, nel 1994 e nel 2003, avevo visitato il cimitero italiano per rendere omaggio alla tomba di un italiano che assieme a mio padre, negli anni ’30, condivideva i rischi di quella terra che per lui è stata fatale.
Da libro Dancalia: “il cimitero italiano si trova su una bassa collina in una zona periferica della città, in un luogo di assoluta quiete. Sono rimasto colpito nel vedere con quanta cura e ordine era tenuto. Lungo i vialetti, a lato di ogni tomba, piccoli cespugli di fioritissime buganvillee adornavano di vivaci colori il livido marmo delle lapidi. Inevitabile il pensiero correva alle dolorose vicende del passato, al rapporto fra noi italiani e queste genti, alla loro e alla nostra miseria”.
Grazie Antonio per il tuo commento.
Sempre a Lalibela, invece a me è capitato di parlare con un etiope, in macheronico inglese e non in italiano, sia delle costruzioni realizzate dagli italiani nel periodo del colonialismo, sia dei danni fatti e perpretati al popolo etiope.
vi ringrazio anticipatamente, è possibile sapere notizie di BASSI AGOSTINO nato a Vietri sul Mare 1899 e morto a Addis Abeda nel 1936 è sepolto in questo posto.
Sono stato ad Adigrad e naturalmente ho visitato il Cimitero e mi sono commosso per quei poveri Morti …..per niente. Riposino in pace.
Gli etiopi viventi al tempo delle nostre malefatte sono morti tutti quindi non ci odiano più