Paese che vai, usanze che trovi. Recita così un vecchio detto, buono per ogni occasione. E la nostra occasione è offerta da una fumante tazzina di caffè. In Etiopia, terra del corno africano, diversamente dal nostro Paese e dall’Europa in generale, l’usanza di bere il caffè è più di un semplice gesto frettoloso compiuto la mattina, magari al bar, prima di andare al lavoro.
In un mondo completamente diverso da quello a cui siamo abituati anche questo semplice gesto assume un significato particolare. Ed ecco che il chicco diventa protagonista di un’occasione da non perdere.Qui, la cerimonia del caffè, nero, bollente e abbondante è sinonimo di ospitalità, un segno di amicizia e di rispetto, sia che l’ospite venga invitato da un etiope nella propria abitazione, casa o capanna, sia che si rechi in un qualsiasi locale che pratichi questa tradizione.
Una volta entrati in uno di questi localini, è come valicare il portale verso un luogo sconosciuto fatto di lentezza e di aromi profumati. Di solito il pavimento grezzo e non piastrellato del locale è cosparso di erba fresca a rappresentare la natura, ma anche come buon auspicio. Scelto il proprio tavolo, è molto probabile che sia una giovanissima etiope ad accogliervi e a preparare l’agognata bevanda.
Tutto inizia bruciando dell’incenso dal profumo intenso in un incensiere di coccio accanto al quale la giovane, a mani nude, lava i chicchi bianchi di caffè in una ciotola. A lavaggio ultimato, li tosta in una padellina posta su un piccolo braciere e quando il fumo inizia ad inebriarsi nell’aria, cortesia e consuetudine vogliono che venga sospinto con il fiato verso il cliente o l’ospite, in modo che possa assaporarne gli aromatici effluvi.
Una volta pronto, il caffè viene servito in tazzine senza manico, versato da una piccola brocca scura dalla forma tondeggiante e dal collo sottile. Ogni tazza viene sempre riempita fino all’orlo. Lo zucchero è offerto a parte. A tal punto si inizia a sorseggiare. Piano piano.
E’ un rito che va gustato attimo dopo attimo e che, di solito dura dai trenta minuti all’ora intera. Il sapore è molto simile al caffè nostrano, forse un po’ più leggero, ma ugualmente gustoso ed è buona cosa berne almeno tre tazze, in quanto la terza è la cosiddetta tazza berekha, ovvero quella della benedizione.
A rito terminato, meglio non stupirsi troppo se la ragazza che ritira le tazzine procede a lavarle alla maniera locale, cioè sciacquandole in una bacinella d’acqua fredda e riciclata per poi riporle sul vassoio fino al successivo caffè.





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affascinante!
non sono d’accordo sul “sapore molto simile al nostro”, io lo trovo molto diverso e personalmente lo preferisco al caffè italiano. nel complesso un buon articolo.
Grazie Niki, anch’io lo preferisco al nostro. Probabilmente ho avuto modo di trovarlo simile, dal punto di vista del sapore, perché, lì, più di una volta l’ho bevuto da etiopi discendenti da italiani, giovani i cui nonni erano italiani e… chissà, forse alcuni nonni hanno insegnato alle loro nipoti a farlo alla “nostra maniera”.
Grazie ancora per il tuo commento ;O)