Ho appena lasciato Luxor e Karnak, i loro templi e colori e poco più in là, sulla sponda ovest del fiume, ecco che appare la Valle dei Re e delle Regine. Maestosa, imponente e, nonostante sia stata per quasi 500 anni la “necropoli” di faraoni e dignitari dalla XVIII alla XX dinastia, chiassosa e affollata di visitatori.
Ma perché proprio questo wadi (vallone) e non altri nei paraggi? La pietra calcarea presente qui, particolarmente lavorabile e levigata, ha facilitato il lavoro di architetti e carpentieri.
Un dedalo di cunicoli, scale, corridoi ciechi, studiati per depistare possibili profanatori (impresa sfortunatamente non riuscita), ci conduce fino alle stanze che contengono il sarcofago e le spoglie del faraone.
Delle oltre 60 tombe reali visitabili, l’unica intatta è solo quella di Tutankhamon, ma colpiscono per dimensioni anche quella di Seti I, o per decorazioni quella di Ramses III. I colossi di Memmone vegliano l’accesso alla Valle delle Regine.
Passate le chiuse di Esna, accedo a Edfu, sede del secondo tempio faraonico dell’Antico Egitto. Grazie all’intervento conservativo della sabbia, che per secoli l’ha protetto, il tempio del dio dalla testa di falco Horus è ancora un’esplosione di colori.
Bassorilievi recano la vita della divinità, la lotta con il dio Seth e l’amore per la dea Hathor. E proprio questo amore viene celebrato ogni anno dalla festa della Ricongiunzione: la statua di Horus incontra quella di Hathor a simboleggiare la rinascita del mondo.
A Kom Ombo, prossima tappa del mio itinerario, ammiro l’unico edificio equamente spartito tra due divinità: Haroeris, il grande disco solare alato e Sobek, dio delle inondazioni del fiume che sto solcando, raffigurato con la testa di coccodrillo.
A destra dell’ingresso principale al tempio, vi è una piccola cappella dedicata ad Hathor moglie di Horus, nella quale giacciono ben in ordine una serie di coccodrilli mummificati, dedicati a Sobek.
Mi avvicino lentamente ad Aswan. A soli 7 km dalla Grande Diga, ecco che si profila l’isoletta di Philae. Oramai quasi sommersa dalle acque del fiume, una volta ospitava il tempio della dea Iside.
Grazie ad un progetto internazionale dell’Unesco, nel 1968, è stato letteralmente smontato e rimontato nella vicina Agilkia, grazie anche all’opera di moltissimi tecnici italiani, che hanno provveduto a restaurare le parti deteriorate.
Stessa sorte è toccata anche all’ultimo monumento che visito dell’Egitto. Da Aswan, dopo 280 km di bus scortata da due ali di polizia (misure antiterroristiche obbligatorie), arrivo al cospetto della magica Abu Simbel.
L’intero complesso (dedicato a Ramses II/Amon-Ra e a Nefertari /Hathor) è stato sezionato in blocchi e ricostruito esattamente a 200 metri di distanza, con lo stesso orientamento rispetto agli astri e al sole. Tanta magnificenza architettonica davanti ai miei occhi mi lascia senza parole.
Ed è senza parole che saluto questa terra. Dove Vita e Morte vengono ricordate e celebrate ogni giorno da migliaia di anni.





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EINSTEIN:
“La cosa più bella che noi possiamo provare è il fascino del mistero: esso è la sorgente di tutta l’arte e di tutta la scienza”
“Come contraddirlo?”
L’articolo è appassionante e stimola interesse e meraviglia.
Leggerlo è un vero piacere.
Grazie
caterina
Credo che pochi Paesi al mondo sappiano conquistare per la sue enigmaticità, come l’Egitto. Il confine tra Mito e Storia è percepito in maniera così sottile qui…ma più che sulla fenomenologia cosmica egizia, ciò che resta per me il mistero più affascinante dell’Egitto è la capacità ogni volta nuova dell’uomo di mettersi alla prova con se stesso: da dove sgorgherà la sua inesauribile voglia di creare? Dalle Piramidi di Cheope agli italiani impegnati a spostare Abu Simbel per salvarlo dalle acque del Nilo, è questo, per me, il vero mistero.
Grazie cara Caterina per le tue parole!