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Discesa dall’Alpe Veglia - foto : Le vette dell’Alpe Veglia © Fabio Castano
Le vette dell’Alpe Veglia © Fabio Castano

Discesa dall’Alpe Veglia

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Mancava poco alla vetta quando vidi quell’arco di ghiaccio. Un gioco misterioso della natura, un’architettura quasi perfetta.

Il cumulo di neve rimasto sul pendio era stato scavato con tenacia dall’acqua che sgorgava da sopra. Si era formata una cupola di qualche metro di diametro, un luogo di culto per il Dio della natura.

Usciva aria gelida e refrigerante da quello spazio. Una parte della cupola era sopra, a sinistra, in mezzo scorreva l’acqua del torrente che si buttava nella seconda parte della struttura di neve, a destra. Ci sedemmo di fianco, in silenzio. Aspettando qualcosa, un pensiero più profondo. L’ombra dell’Alpe Veglia si stava già allungando su di noi.

Salimmo a passo più veloce ancora per un po’. Trovammo una piccola fonte con un boccale in acciaio legato ad una catena, per abbeverarsi. Qualche sorso di freschezza scese giù rapido. Di fianco c’era una croce nera a ricordare un caduto sul lavoro, proprio in quel punto affacciato sulla bellezza.

“Quanto manca alla vetta?” chiesi ad un camminatore che aveva l’aria di conoscere quel posto meglio di me. “Saranno ancora venti minuti, ma se non siete attrezzati per passare in quota la notte è meglio se incominciate a scendere”. Non mi sbagliavo: conosceva quella montagna e ci diede un buon consiglio per evitare brutte sorprese.

Sfiorammo la cima, non arrivammo in vetta: ma è importante capire quando è giusto fermarsi. E così invertimmo la direzione, passando a ritroso i punti panoramici e speciali che avevamo già vissuto.

Mi tolsi ancora le scarpe e le calze al ruscello. Decisi di non rimetterle, di camminare fino in fondo scalzo: non è certo quello che un buon trekker dovrebbe fare, ma la sensazione del contatto con la terra mi attraeva troppo. Accumulai forza ed energia.

Circa a metà un gregge di capre ci sbarrò la strada. Passammo in mezzo guardinghi, loro ci guardarono sorprese. Sembravano più abituate di noi alla presenza dell’uomo, che noi a quella di animali liberi.

C’era una capra eccezionale: con un ciuffo nero che le spuntava in mezzo alle corna, sembrava la rockstar del gruppo. Si issò su un masso e diede il consenso al nostro passaggio. Al suo cenno le altre ci fecero strada.

Mancava poco a terra quando mi voltai a guardare l’arco di ghiaccio che scintillò, lambito dal soffio del tramonto. (2. fine)

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LIBRI

Ogni cosa alla sua stagione

"Ogni cosa alla sua stagione" di Enzo Bianchi - Einaudi, 2010

Torino è casa mia

"Torino è casa mia" di Giuseppe Culicchia - Laterza, 2005



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