Campo minato presso Sočkovac (Bosnia) © Luca Ferrari
Lo scheletro di qualche abitazione. Qualcuna bruciata, senza tetto né mattoni. Ricordi della guerra. Sui muri di alcune case c’è ancora qualche croce del nazionalismo serbo. Alcune abitazioni sventrate sono in vendita. I giardini limitrofi però hanno un handicap: le mine.
Sono sulla strada che unisce Slavonski Brod (alla frontiera tra Croazia e Bosnia) a Doboj, in una delle zone colpite dalla guerra dei Balcani (1992-1995).
Mi riesce difficile pensare a quello che stava succedendo quindici anni fa da queste parti. Insieme ai ragazzi del comitato Idemo (gruppo che fa parte del Comitato di Sostegno alle Forze e Iniziative di Pace della Provincia di Padova), mi sto recando a Kakmuž, municipalità di Petrovo, Bosnia.
Su queste stesse strade ci sono stati numerosi scontri tra le milizie paramilitari serbe e i bosgnacchi (musulmani bosniaci).
Nell’attraversare questa prima parte di Bosnia, incrocio dei cimiteri. Sono aperti. Quelli ortodossi sono in marmo nero. Mi spiegano che quelli musulmani invece, sono diversi: una distesa di colonnine di marmo bianco.
Dopo quasi un’ora di macchina, vicino alla minuscola stazione ferroviaria di Sockovac, mi trovo dinnanzi a qualcosa di cui ho solo sentito. Un campo minato.
Si legge chiaramente la scritta sul cartello con l’immagine di un teschio. Fa impressione pensare che la morte sia di fronte a me. Poco distante c’è il fiume Spreca, che separa le municipalità (divisesi pacificamente prima dello scoppio della guerra) di Petrovo, serba, da quella musulmana di Gracanica.
Allo stesso modo il corso d’acqua divide le rispettive regioni in cui la Bosnia è stata ripartita dopo gli accordi di Dayton del 1995: la Federazione croato-musulmana (capoluogo Mostar) e la Repubblica Srpska (capoluogo Banja Luka).
Mi dicono che le sponde sono probabilmente minate. Non ci vuole molta fantasia per immaginare cosa potrebbe succedere con eventuali piene. Il fiume è inquinato.
La Spreca è un torrente che si immette nella Bosna, che a sua volta finisce nella Sava (confine Croazia-Bosnia) e la Sava finisce nel Danubio. Quindi tutte le eventuali scorie belliche (e non) finiscono nelle acque del “bel” Danubio blu.
Sono partito alle sei del mattino da Venezia. Ho davanti a me nove ore di macchina. Al momento di mettere i sensi fuori di casa, ho un impatto molto salace. Quasi nottambulo. Non ho mai avuto un rapporto idilliaco con la città lagunare.
Come diceva lo Ewan McGregor/Ed Bloom al gigante Karl, nel film Big Fish di Tim Burton, “hai mai pensato che magari non sei tu ad essere troppo grande ma che è questa città ad essere troppo piccola?”.
Quest’isola sembra una bimba che non può crescere. Una Peter-pan al femminile caduta in disgrazia per il troppo business che la stritola ogni giorno.
Mi lascio cadere una carezza virtuale all’oscurità (che tanto astratta, poi non lo è). Abbozzo un timido abbraccio ma ne viene fuori un gesto abbastanza goffo visto che il mix di maglione, sciarpa e giaccone mi frena l’agilità.
Salgo su un regionale che va a Verona, ma la mia fermata è la prima. Mestre. Lì ho appuntamento con i ragazzi del Comitato Idemo.
Poco dopo, inizia il viaggio. Siamo in cinque in macchina. Per fortuna non sono in mezzo, ma sul finestrino dietro la guidatrice. Guardo il cielo che inizia a cedere ai primi colori. Durante una trasferta, ugualmente mattutina (allora la destinazione era Milano) ero in treno.
Nello scompartimento vuoto me ne stavo rannicchiato nel tepore dei miei vestiti, scrutando verso un futuro in ritardo di reazioni.
Ritorno al presente. Col passare delle ore (e delle miglia), la giornata si fa soleggiata. Qualche banco di nebbia e annesse nuvole basse non impediscono di godere degli ammalianti colori autunnali.
Smaltita la parte italiana, passiamo oltre la frontiera di Fernetti, quindi l’autostrada per Lubiana, Slovenia. C’è molto verde. Stormi di uccelli. Il paesaggio ricorda molto quello italiano. Abbiamo proseguito in Croazia per Zagabria, quindi in direzione Slavonski Brod, Bosnia.
Le frontiere si passano velocemente (per noi italiani). Solo sul confine croato-bosniaco, c’è un po’ di coda. Scendo e ne approfitto per fare due passi e fumarmi una sigaretta. L’aria è fresca. La vegetazione, tutt’attorno il fiume Sava, è rigogliosa. Su di un albero, si distinguono chiaramente due cormorani.
Finalmente ci siamo. Entriamo senza il benché minimo contrattempo. “Molti pensano di trovare le case fumanti per le cannonate” mi spiega Elena Righetto, volontaria del comitato Idemo, nonché laureata in Scienze Sociologiche proprio con una tesi dal titolo: “Ma che ci andiamo a fare in Bosnia? Esperienze di volontariato e cornici interpretative” .
“In Italia non si parla di Bosnia. Quando arrivi qui, vedi un paese diverso da quello che ti aspetti. Occorre mettere in discussione i propri preconcetti e ridefinire i propri orizzonti interpretativi”.
Il comitato Idemo, nato nel 1999, ha iniziato a operare nell’ex-campo profughi di Klokotnica (municipalità di Doboj Istok), che ora è diventato ricovero per casi sociali e malati mentali.
A partire dal 2002 i ragazzi hanno iniziato a stringere rapporti con il paese di Kakmuž (nella Republika Srpska). Qui, oggi promuovono attività culturali e di scambio con i villaggi nella zona a maggioranza musulmana in cui operano altri gruppi di volontari italiani, per promuovere la convivenza pacifica e lo sviluppo sociale della Bosnia. (1. continua)
"E se Fuad avesse avuto la dinamite?" di Elvira Mujcic - Infinito, 2009
"Intervento Umanitario e Missioni di Pace" di Marco Mayer - Carocci, 2005

Nasce per volontà di un ligure sulla costa francese, a pochi chilometri dall’ultimo paese d’Italia. E’ piccola, romantica, meta di molti reali e colorata di giallo… limone.

Intervista con Elvira Mujcic, giovane scrittrice bosniaca scappata da Srebrenica prima dell’inizio del genocidio. Viaggio fra le righe del suo nuovo libro, e nella memoria della sua martoriata terra.

Diaro personale di un evento storico così vicino e così lontano da noi. Pagine di memoria densa da sfogliare per conoscere una realtà nel cuore della “Vecchia Europa“.