Partire è un po’ come rinascere. L’attesa diviene fatidica. Contare le settimane. I giorni. Le ore. Ingoiare l’ansia dell’incertezza e cullare amorevolmente le aspettative. Rompere il guscio. Uscire dal bozzolo. Non più crisalide, ma ormai farfalla.
La metamorfosi appare appena un po’ meno poetica se avviene mentre si è incastrati in un minuscolo sedile di economy class con a fianco una perfetta sconosciuta. Bulgara forse. Sicuramente senza il minimo desiderio di socializzare, e che passa tutto il tempo a russare.
Ne avrò per dieci ore di volo. E io la maledico mentalmente e cerco di non sentire il suo respiro che puzza del whisky che si è appena scolata. In qualche modo si sopravvive. Minuto dopo minuto. Fino all’atterraggio.
A quel punto è un dispiegarsi d’ali e tutt’intorno è Cina. Sognata e sospirata. Cina che in passato mi ha già ferita e sanata. Cina dal fascino di tradizioni lontane che fanno timidamente capolino nell’assordante opulenza del progresso che avanza e tutto divora.
Contraddizioni da vedere. Toccare. Leccare. Annusare. Vivere. Contraddizioni pret-à-porter. Il salto da un piccolo paesino della pianura Padana a una metropoli che conta milioni di abitanti dà le vertigini.
Le prime volte che ho vissuto a Shanghai, da studentessa universitaria di cinese, mi sono sentita piccola e abbagliata. Tutto è velocità, entusiasmo, libertà. Una giovane espatriata, alla deriva nel flusso di vita che vortica nelle notti del divertimento.
Quando si hanno dalla proprio parte capelli chiari, occhi azzurri, un indelebile accento italiano, e un conto in banca con valuta europea, è facile lasciarsi pervadere da un senso di onnipotenza, inebriante e colpevole allo stesso tempo.
Ora, dopo qualche anno di assenza, sono tornata in Cina. Per continuare a parlare questa lingua impossibile. Per portare avanti il mio progetto di vita. Ferma determinazione a conoscere la Cina di tutti i giorni. Quella sobria e mattiniera, che fa la spesa nei mercati rionali e non consulta gli elenchi di ristoranti stranieri per decidere in quale cenare.
Pechino. Quarto anello. Periferia. Per raggiungere Piazza Tian’ An Men devo prendere un autobus e cambiare due linee della metropolitana. Tempo complessivo un’ora tonda tonda, se non c’è traffico.
Questo era un quartiere di pingfang. Casette basse. A un piano. Costruite una accanto all’altra, anzi, una sull’altra, quasi a volersi scaldare reciprocamente, a volersi tenere compagnia.
Le hanno demolite quasi tutte a inizio anno per fare spazio a nuovi condomini e centri commerciali. Le poche che restano, le si intravedono appena dalle finestre di casa mia. Restano disseminate tra i cantieri.
Piccole oasi sospese in un tempo senza tempo, in un silenzio che nemmeno i motori delle scavatrici riescono a rompere.
Ci sono ancora angoli in cui si dipanano reticoli di viuzze sterrate, fiancheggiate da un lato da maleodoranti canali di scolo e dall’altro da una fila di queste casette di mattoni, senza acqua corrente né elettricità. Buie.
Da quelle porte e finestre nere scivolano fuori bambini con occhi e bocche altrettanto neri. Giocano nel fango e tra la sporcizia. Fanno i bisogni nel canale. Occhieggiano al tuo passaggio.
Le signore fan crocchio davanti alle loro dimore. Gran ciarlare di donne. Puliscono le verdure per terra. Intrecciano ramoscelli o semplicemente se ne stanno tra loro. Non hanno niente e niente da perdere. Sorridono. Salutano pure.
Si esaltano se rispondi loro in cinese e ti invitano a entrare a casa loro. Entro in punta di piedi dove come Alice nella tana del bianconiglio. Qui non c’è il Paese delle Meraviglie ad attendermi. Solo la vita vera. Da osservare con umiltà. Scusate se è poco.





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