C’era una volta, nel cuore dell’Europa divisa dalla cortina di Ferro, un piccolo Stato che qualcuno considerava la metà povera di uno più grande.
Qualcun’altro il tentativo di mantenere una tradizione tedesca che la fine della Seconda Guerra Mondiale e il consumismo avevano cancellato a Ovest.
C’era una capitale divisa da un muro (che baldanzosamente veniva chiamato il Muro della pace), con i soldatini della Volks Armee, le parate marziali, i larghi viali intitolati agli eroi del comunismo, i ragazzi in bicicletta ad Alewanderplatz.
C’era la scuola gratuita, la centrale nucleare obsoleta di Boxberg, la brigata giovanile VEB che costruiva i palazzi, il Giorno dell’Operaio Chimico.
C’era il lavoro. In quel piccolo Stato lavoravano tutti.
C’era la Stasi, il controllo capillare sui 17 milioni di abitanti, un milione di microfilm, 90.000 nastri, 18.000 supporti elettronici, 80 chilometri di cartelle dattiloscritte, 6 milioni di schede personali.
C’erano le spie, il Check Point Charlie, i funzionari col sigaro, i cavalli di frisia, le dattilografe coi microfilm infilati nelle autoreggenti.
C’era gente che veniva ammazzata sotto il muro. Gente che sopportava. Gente che ci credeva. Un popolo di studiosi e di sottomessi, diligenti, muti, divoratori di libri e di grandi opere da concerto.
C’era Bertold Brecht, rifugiato all’antiquato e accogliente Teatro Schiffbauerdamm con il suo Berliner Ensemble.
E c’era il Circo Bush, il cinema Kosmos, la torre della televisione, il grande magazzino Centrum, l’hotel Stadt Berlin, l’agenzia di viaggio per lussuose vacanze a Rostock o all’estero, ospiti di qualche comitato d’accoglienza delle altre Democrazie Popolari.
C’era una nazionale calcistica che partecipò ai Mondiali del 1974. Giocò contro i cugini dell’ovest, ad Amburgo. Un certo Jurgen Sparwasser la fece trionfare. A Pankow la considerarono una delle giornate più gloriose della Repubblica.
C’erano macchine di cartone per le strade. Divertenti e tenere Trabant.
C’erano i bagni e i lavandini di plastica, la carta igienica più dura dell’acciaio, le aiuole pulite, un asilo per ogni isolato.
C’erano ministri con capigliature goffe e proclami demenziali. La foto di Honecker in ogni ufficio, in ogni fabbrica, a volte anche in bagno.
C’erano i collaboratori, quelli celebri come Christa Wolf e quelli meno celebri come i 17 milioni di sudditi che facevano lavori normali.
C’era Markus Wolf, il capo della Stasi, che vedeva sovversivi in ogni angolo di strada, ma che molti nemici consideravano un geniale burattinaio.
C’erano quelli che ascoltavano le conversazioni negli appartamenti, sentivano ridere, amare, piangere, musiche barocche, notiziari radio. A Lipsia gli “ascoltatori” per non annoiarsi appendevano foto di donne nude davanti ai loro angusti apparecchi.
C’era un apparato repressivo psicologico che a detta di Charles Maier, il più noto storico americano sulla Germania dell’Est, “non ebbe mai nessun progetto genocida o programma di conquista, dove percosse, torture, affamamento e uccisioni furono strumento mai utilizzato”.
Nonostante queste rassicurazioni, diciamo che non si stava proprio bene al cento per cento.
C’era un gruppo di intellettuali, artisti, insegnanti, sognatori, ecologisti che si nominò il Neues Forum. Chiedevano che le cose buone rimanessero: la scuola gratis, il lavoro per tutti, lo spazio alla cultura (magari più libero) e che venissero tolte le misure repressive, diminuito l’inquinamento, un ringiovanimento dell’élite al potere.
Non chiedevano di smantellare la Repubblica, chiedevano semplicemente di cambiarla.
Ma arrivarono troppo tardi, quando ormai il muro crollava, gli archivi della Stasi venivano saccheggiati, i cugini dell’ovest gridavano “unificazione!”. Senza transizione, senza attesa.
C’era uno Stato paradossale, affascinante e spietato nel cuore dell’Europa che è scomparso nel 1991, per sempre, per lasciare posto ad una gigantesca nazione forte e piena di lacune.
Particolarità: nessuna.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




