Luglio, come i restanti mesi estivi, è tempo di monsoni per l’India, è come una gigantesca brezza di mare che a volte disseta ed a volte annega le terre da Ceylon alle pendici dell’Himalaya, quindi anche la regione del Darjeeling, che in tibetano significa appunto “terra di fulmini”.
Il Darjeeling è un distretto, con capitale omonima, dello stato del Bengala Occidentale. Si tratta delle Shiwalik Hills, le prime alture della catena Himalayana, che misurano un’altezza media sul livello del mare di 2134 metri.
Questa regione è famosa per le sterminate piantagioni di tè, da cui si produce il Darjeeling Tea, definito “lo champagne dei tè neri”, che è apprezzato ed importato in Europa sin dal XIX secolo.
Le prime piantagioni risalgono alla metà dell’Ottocento. Infatti la pianta del tè fu portata dalla Cina nel 1847 dal dottor Campbell, medico chirurgo di nazionalità britannica dell’Indian Medical Service, che nel distretto del Darjeeling rivestì il ruolo di sovraintendente.
Campbell piantò alcuni semi nel giardino della sua residenza a Beechwood nel distretto del Darjeeling, a duemila metri sul livello del mare. I semi, favoriti dal clima monsonico, crebbero rigogliosi e il governo decise di investire in alcune coltivazioni-pilota.
Nacquero così i primi vivai ma la commercializzazione del tè si diffuse solo un decennio dopo. Queste piantagioni, che vengono chiamate ancora “giardini”, vendono il tè ognuna con il nome della propria fattoria: Pattabong, Namring, Jungpana.
Le piantagioni forniscono impiego a molte persone tra lavoratori permanenti e stagionali nei periodi dei raccolti. Le mani operose nei campi sono soprattutto delle donne, che riempiono ognuna la propria gerla con i primi germogli, i più pregiati.
Tre sono i raccolti durante l’anno. Il primo avviene a metà marzo ed ha un’ aroma e un colore tenui; il secondo a giugno ed ha un colore ambrato ed un gusto corposo definito dagli esperti “moscato”; il terzo raccolto è autunnale, dopo la stagione delle piogge è meno speziato.
Molto spesso il Darjeeling Tea è il risultato di una miscela di foglie che hanno subito diversi gradi di fermentazione: verde, oolong e nero. La bellezza naturalistica di questa terra e l’importanza storico-culturale richiamano numerosi turisti.
Molti visitatori subiscono il fascino della Darjeeling Himalayan Railway, suggestiva ferrovia dichiarata nel 1999 “Patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO.
Dal 1881 la Darjeeling Himalayan Railway con undici stazioni, quasi tutte in stile coloniale, unisce Siliguri alla capitale Darjeeling, impiegando nove ore per fare all’incirca novanta chilometri.
I binari attraversano le calde pianure a livello del mare fino alle foreste vergini di pino a circa 2255 metri. A percorrerla è una delle ultime locomotive a vapore ancora funzionanti, che per il suo aspetto anacronistico è detta “Toy Train”.
Ma non è solo il paesaggio a cambiare man mano che la storica locomotiva lentamente consuma chilometri, ma sono anche le culture e le tradizioni dei popoli a cambiare. Infatti nella zona delle pianure è la cultura induista a prevalere, mentre dai primi rilievi fino alle zone prettamente montane è quella buddista la più diffusa.
I frutti di questa regione sono anche riso, agrumi e cardamomo, ma il suo figlio prediletto è la pianta del tè, eredità dell’Impero britannico, che ne ha fatto un simbolo, uno stile di vita.
Ma non è l’unico popolo ad aver esaltato le proprietà e la ritualità proprie di queste foglie anche la Cina ha fatto altrettanto.
Così YouQuiang, monaco vissuto nella Cina del IX secolo scriveva a proposito del tè: “Mentre la prima tazza mi inumidisce le labbra e la gola, la seconda scaccia la mia tristezza, la terza studia a fondo il mio intimo, ed è a partire dalla quarta tazza che inizio a sudare, in modo che tutto il male venga espulso.
Alla quinta tazza sono purificato, la sesta mi avvicina all’immortalità, ma è la settima tazza quella che mi fa sentire il soffio del vento che mi trasporta sino alle isole dell’immortalità”.





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