Velibit, Croazia © Andrea Lessona
La jeep corre veloce sui sentieri del Parco Nazionale di Velibit. Seduto davanti, vicino all’autista, sento le gomme stridere sui sassi. Dal finestrino dell’auto li vedo cadere negli strapiombi intorno al polmone verde della Croazia.
Guardo questo ragazzo della Forestale guidare sicuro, e non posso che alzare il pollice in segno di “ok” per fargli capire quanto lo apprezzi: oltre al croato, non parla una parola di inglese né di italiano.
L’ho incontrato stamane al Centro del Parco Nazionale nel villaggio di Krasno dove, insieme ad altri giornalisti, sono stato accolto dalla proverbiale ospitalità di questa gente. Un banchetto di prodotti tipici locali ha preceduto il nostro ingresso nella hall.
Lì, una video proiezione ha raccontato la storia della zona. Nel 1978 il Monte Velibit viene incluso nel programma Man and Biosphere sotto il patrocinio dell’Unesco. Tre anni dopo, il parlamento di Zagabria proclama l’area Parco Naturale Nazionale. Nel 1999, con l’inserimento della parte nord, raggiunge i 109 chilometri quadrati d’estensione.
Quelli che, dopo essere salito sulla jeep del Best Driver – come lo chiamano qui –, sto attraversando. E’ la sua auto a guidare la lunga fila di macchine cariche di colleghi e addetti del Parco. Sono loro a monitorare e curare la zona.
L’asfalto cede presto il passo a stradine sterrate inerpicate tra il fitto della foresta. Ogni tanto qua e là si apre una “finestra” da cui si possono intuire massicci montuosi di conformazione carsica.
In passato, durante i mesi più caldi, qui abitavano piccole comunità originarie del versante marittimo: oggi non c’è più nessuno, e la Natura si è ripresa il suo spazio. Specie rare di farfalle e di rettili, aquile, linci, orsi sono i soli “proprietari”.
Scherzando con Jim ed Elisabeth, i miei colleghi americani seduti sul sedile posteriore della jeep, speriamo di vedere qualche “bear”. Ma l’unico orsetto che scorgo è quello rosa attaccato nell’angolo dello specchietto retrovisore della macchina.
Il Best Driver continua la sua marcia, sempre in contatto con gli altri attraverso la ricetrasmittente. Spesso lo richiamano all’ordine: troppo veloce, tanto da costringermi ad appendermi alla maniglia per non finire dentro il finestrino.
Ci fermiamo per far passare due camion carichi di legna in mezzo al sentiero stretto. Dal ciglio della strada si gode una vista unica: arriva sino alla sommità delle montagne. A Modrić Dolac, 1480 metri d’altezza, c’è il giardino botanico.
La colonna riprende il suo cammino lungo la fine del Parco. Il sentiero inizia a declinare verso il mare, lasciando alle nostre spalle la foresta e le montagne per arrivare all’area geologica del Kubus sul versante dell’Adriatico. Le sue rocce trattengono conchiglie e reperti fossili di duecento milioni di anni fa.
Dalla collina, l’orizzonte sfoca nelle acque porpora del tramonto: in lontananza scorgo l’isola di Pag. Oltre, c’è l’Italia.
"In viaggio con Kapuściński Dialogo sull’arte di partire" di Andrea Semplici - Terre di Mezzo, 2010

Rocce plasmate dall’acqua salmastra e angoli modellati dall’uomo. Passeggiare lungo il litorale della città pugliese significa inseguire la linea dell’orizzonte. Breve viaggio fra inconsuete bellezze naturali e storiche.

Aldino, emigrato in America. Nella fresca campagna della “Toscanella”. La sua casa, la sua terra. Lettere, foto e racconti d’emigranti. Le Americhe, l’Australia, la Francia e la malinconia di star via da casa.

La storia del simbolo di Parigi, della Francia, dell’Europa. Da come fu pensata a come fu realizzata. Per scalfire il cielo e disegnare l’orizzonte.