Il castello di Dubovac, Croazia © Vittorio Ranghino
Dalla collina, il rullio dei tamburi risuona nella valle. Sino a quando la sua eco non si spegne contro le prime case di Karlovac. Mentre salgo i gradini ripidi verso il castello, vedo in lontananza la città aprirsi a ventaglio al ritmo dei suonatori.
Sono loro che mi hanno accolto sul piazzale, appena sbarcato dal pullman con altri giornalisti. Tutti arrivati qui, nella Vecchia Cittadina di Dubovac per conoscere la storia di questi luoghi nella parte nord-ovest della Croazia, e immergersi nel verde intorno.
Per l’occasione, i nostri ospiti sono vestiti con abiti d’epoca. Tanto che il primo a salutarmi col segno della croce, proprio davanti all’ingresso del maniero, è un uomo con le vesti porpora di un sacerdote.
Dopo la sua “benedizione”, entro nell’edificio costruito nel XIII secolo per i conti Gorić-Babonić, poi riadattato secondo i dettami rinascimentali duecento anni più tardi. Dal 1500, il castello passò nella mani dei cavalieri guerrieri Frankopan e Zrinski, sino a diventare un granaio per lo sviluppo della vicina Karlovac.
Dal 1671 all’arrivo dei Francesi nel 1809, la Vecchia Città di Dubovac fu presieduta dai generali di Karlovac. Nel 1837 il conte Laval Nugent restaurò la struttura in stile Romantico. E poi fu venduta nel 1896.
Lascio il piazzale interno del maniero e mi arrampico su per scale in legno. Al primo piano, un uomo seduto a una vecchia scrivania continua imperterrito a scrivere nell’antica lingua il nome di tutti i visitatori.
Lo inquadro nella macchina fotografica: l’alone sfumato di una candela balugina vicino ai suoi abiti bianchi come il cappello e la barba folta. Sembra essere uscito da un’altra dimensione, da un altro tempo.
Ricevuto il mio foglio con i vecchi caratteri proseguo la salita sino alla torre. Nella sala principale, un plastico racchiuso in una teca “descrive” il maniero e la zona circostante. Esco sulla balconata da dove gli occhi possono spaziare sino ai confini sfocati di Karlovac.
Vedo il fiume Kupa entrare nella città, disegnarne le anse, le case colorate e uno sfilare di croci del cimitero. Poi guardo dabbasso: gli occhi cadono sui tavoli imbanditi con le prelibatezze della zona.
Ne assaggio qualcuna appena disceso, mentre nel verde che circonda il castello spadaccini si sfidano in un duello dimostrativo. Arcieri scoccano frecce contro un bersaglio immobile e colorato. E un cuoco prepara una zuppa di fagioli d’altri tempi.
Scelgo un albero dove ripararmi dal sole accecante. E con lo sguardo attraverso le mura laterali del castello. Imponenti, sembrano brillare nella luce intensa di questo pomeriggio croato.
Prima di ripartire, mi giro un’ultima volta verso la valle: dalla collina rivedo il profilo di Karlovac perdersi nell’orizzonte. Poi i tamburini si incamminano verso il pullman, riprendendo il loro rullio. Ne seguo l’eco.
"In viaggio con Kapuściński Dialogo sull’arte di partire" di Andrea Semplici - Terre di Mezzo, 2010

La partenza da Zara in ferry boat, e poi lo sbarco in una delle più incantevoli isole adriatiche, fra rilassanti passeggiate a ridosso del faro di Veli Rat e in silenziosa contemplazione dinnanzi all’antica cappella di Savar.

Aldino, emigrato in America. Nella fresca campagna della “Toscanella”. La sua casa, la sua terra. Lettere, foto e racconti d’emigranti. Le Americhe, l’Australia, la Francia e la malinconia di star via da casa.

Città francese che annovera, tra le sue bellezze, un suggestivo centro storico medievale dove passeggiare senza meta. E sempre qui è nata la signora newyorchese più famosa del mondo.