Vigneti a perdita d’occhio. Il sole rimbalza sulle foglie verde pisello come uno sciame di impercettibili biglie splendenti. Sfumature rossastre e gialle si contendono una carezza del grappolo nascosto. Uva bianca e violacea. Poco distante, la vendemmia nel suo atto millenario. Donne e uomini ripetono un rito primordiale. Staccano il frutto dai viticci e lo depongono nel cesto. La storia ricomincia da qui. Nella fertile Baranja.
Lasciatomi alle spalle Osijek, centro economico della Slavonia sorto a venticinque chilometri dal punto d’affluenza del Drava nel Danubio, mi rituffo nella campagna croata, non abbastanza conosciuta a livello globale, e che non ha nulla da invidiare alle colleghe italiane o francesi. L’automezzo sale e scende per i declivi fino a quando il panorama assume la fisionomia agreste dei vigneti della Cantina di Belje, la cui tenuta fu fondata nel 1697 dal principe Eugenio di Savoia dopo aver liberato il territorio slavo dai turchi.
La storia di questa azienda inizia con i vigneti, dove sale in cattedra la Strada del Vino. Quasi otto chilometri che si protraggono lungo i pendii del Banovo brdo, la più elevata delle collinette della Baranja. Ed è proprio in mezzo al verde e la terra che si trova il Vidikovac (belvedere), il punto migliore dove fermarsi e assaporare la vita contadina, tra piccoli villaggi e un bicchiere di ottimo vino.
Tappa finale del viaggio, prima di perdermi nelle fresche cascate del Parco Naturale di Babuk, patrimonio mondiale dell’Unesco, è la cittadina di Kutjevo. Ai piedi del monte Krndija, nella parte nord-orientale della valle di Požega (l’antica Valis Aurea, la Valle d’oro). Una contea questa, che nonostante le non elevate dimensioni, è un autentico puzzle paesaggistico di pianure, monti e colline.
A Kutjevo ottocento ettari sono coltivati a vigneti. Metà di questi appartengono alla società Kutjevacki podrumi che oggi produce undici milioni di barili l’anno, circa il 20% di tutta la produzione di vino croato.
Vagando nell’antica cantina, risalente al1232, lo stesso anno in cui i monaci Cistercensi fondarono l’abbazia Vallis Honesta de Gotho, prima mi perdo nel Tempo delle sei botti dove sono incisi gli altrettanti momenti più importanti della storia di Kutjevo, poi faccio tappa al celebre tavolo in pietra. Qui, secondo la leggenda, la Regina Maria Teresa d’Austria e il barone Franz von Trenk, valoroso alleato della monarca, si lanciarono in calde effusioni di passione per una settimana consecutiva. “Si narra che quando la regina uscì, fosse soddisfatta e felice” racconta la guida, “Se tocchi con la mano il tavolo, sei a posto in amore per un anno”.
Sono ancora con lo sguardo che vaga dentro e fuori la gigantesca botte da 535.201 litri della cantina, la seconda più grande di tutta la Croazia, che le musiche folcloristiche del gruppo TS Grofovi mi danno il benvenuto a Velika, mentre un’aria quasi alpina mi lascia sempre più rilassato. Sulla brace sta cuocendo dell’agnello. Nella mano, il mio fedele bicchiere di Grasevina. Nella mente, la consapevolezza di aver scoperto un territorio. In queste parole, la certezza di un sicuro ritorno.





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