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Croazia, l’isola Dugi Otok - foto : Isola di Dugi Otok (Croazia), Savar © Luca Ferrari
Isola di Dugi Otok (Croazia), Savar © Luca Ferrari

Croazia, l’isola Dugi Otok

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Dalmazia settentrionale. In un angolo insulare di azzurra bellezza, sono testimone a occhi spalancati della Croazia più dolcemente selvaggia. Su e giù per le strade di Dugi Otok, fra spiagge caraibiche, una capatina al faro di Veli Rat, la chiesetta di Savar, e un imprevisto che si trasforma in intima emozione di una danza notturna nel silenzio più verde.

Il sole picchia forte, ma l’afa italiana è solo un ricordo. Salpato da Zara (Zadar) in ferry boat, da cui partono anche i battelli per Ancona, sono subito in cima e godermi l’immenso panorama, corredato da una fresca brezza marina. Rispetto al lungo viaggio per le isole Kornak (più di tre ore), il tragitto dura un’ora e mezza precisa.

Arrivato a Brbinj, sbarco nelll’isola di Dugi Otok, l’antica Tilagus (isola dei tre laghi), dove spiagge ciottolose si alternano a quelle sabbiose, quasi cristalline, che rimandano a lontani panorami esotici. L’attracco e via. Le macchine partono senza fretta alla ricerca di rilassanti angoli di mare. Non sarà difficile.

Ci sarebbero molti posti da vistare, ma il tempo è avaro. La prima meta del viaggio è la celebre spiaggia di Sakarun, sulla strada per Veli Rat, all’estremità dell’isola. Dalla parte opposta, domina la scena invece il Parco Naturale di Telascica (autonomo dal 1988) con il suo caratteristico Lago salato (Jesero Mir), situato in cima a una scogliera.

Presa una piccola strada sterrata, e fatto qualche metro a piedi in mezzo alla boscaglia, vengo letteralmente avvolto da una luce abbagliante che mi spalanca le porte di un mare verde chiaro-bluastro, sabbia bianca al centro, e sassi ai lati della baia. Lì davanti, ormeggiati a debita distanza dai natanti, e separati da una barriera di boe, canotti, barche a motore e qualche yacht.

Nonostante siano le ore più intense, basta mettersi all’ombra di uno dei tanti alberi, che si può godere dell’estate senza rischiare di subire il caldo. Intingo i piedi. Provo come l’ebbrezza di sbriciolare soffici granuli che, come per magia, dopo ogni mio passo, subito, si ricompongono. Qualche ampia bracciata, e poi sulla mia strada c’è anche qualche ahia nel calpestare (senza le scarpine da mare) un tappeto lapideo.

Esco dall’acqua, e mi rimetto al volante. Pochi minuti e sono a ridosso di Veli Rat, dove svetta maestoso il faro (di oltre quaranta metri), costruito dagli austriaci. Lì a fianco una piccola cappella e un paio di altalene per far divertire grandi e piccini. L’attore principale però è sempre lui: il mare.

Le lancette corrono e purtroppo l’ultimo battello per Zara è alle 18.15. Pur arrivando con quasi un’ora di anticipo, la coda è lunga. Non salgo. Dovrò restare lì la notte. Prima di reclinare il sedile e dire buona notte al cielo stellato, riprendo la strada maestra e, terminata una sosta panoramica con sguardo puntato sulle Isole Incoronate, mi dirigo a Savar.

Il cielo comincia a tinteggiarsi di riflessi rossastri. Il paese è piccolo, ma non meno incantevole. Alla sua estremità, su un isolotto collegato alla terraferma da una diga, ha trovato casa un’antichissima cappella pre-romanica del IX secolo, S. Pelegrina. Lì intorno, ancora la selvaggia bellezza croata e un delicato cimitero.

L’acqua del mare è incredibile. Subito profondissima da un lato, ciottolosa e graduale dall’altra. Non c’è ormai più nessuno. Aspetto che quel superbo pittore del tramonto faccia il suo lavoro, poi mi confondo nell’oscurità. Passo la notte in macchina, in attesa del primo ferry del giorno.

Non sono neanche le sei del mattino e sono di nuovo a bordo. Insieme ai primi colori del mondo. Dietro di me, il paradiso selvaggio di Dugi Otok. Davanti a me, una nuova fetta d’orizzonte da conquistare, e da cui farmi ammaliare.

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