Varcata la soglia che divide l’aeroporto dalla città di Cracovia l’impatto che ricevo è molto forte: dal finestrino del taxi, posso osservare un paese silenzioso. Sembra di essere in un luogo di montagna in cui tutto appare fermo e in pace. La vegetazione non è molto rigogliosa, colpa forse dei gradi sotto zero.
La neve ricopre i tetti e i cancelli delle abitazioni che si ergono nei dintorni in modo casuale. Ogni casa sembra scrutare sospetta da dietro il nevischio che la avvolge, le tende alle finestre offrono quel senso di tepore e avvolgimento che creano contrasto rispetto alle condizioni metereologiche che vi sono all’esterno e le luci accese che si scorgono da dietro donano la sensazione di un calore familiare.
Oltre le staccionate delle diverse dimore vi sono carriole lasciate a terra ricoperte totalmente di neve, qualche fontanella ghiacciata, giochi da cortile e sacchi di terriccio. Ogni giardino racconta un pezzo di quotidianità. Uno scivolo rosso e giallo appare solitario e triste da sotto un cumulo di neve, mi viene da pensare chissà quando, il legittimo proprietario potrà godere di nuovo dei suoi servizi.
Il panorama lineare mi dà la sensazione di immobilità; è quasi allarmante vedersi scorrere davanti agli occhi gli stessi scenari. In sottofondo alla radio, uno speaker parla sommessamente in lingua polacca: questo dettaglio mi ricorda che sono in una terra straniera e mi riporta a una sensazioni di estraneazione completa.
Finalmente il paesaggio cambia, l’auto su cui viaggio sbuca in una strada trafficata: sono nel cuore di Cracovia. Le strade si fanno animate, da entrambi i lati negozi di ogni genere aspettano pazienti di essere visitati, non si tratta di catene come quelle che spesso si vedono in Italia, ma di negozietti di vario genere, alcuni dei quali nel cortile di vecchi palazzi.
Vi è un gran via vai d’auto, i tram emettono un rumore stridente a ogni fermata, masse di persone attendono ai margini dei marciapiede il verde del semaforo per poi attraversare la strada come un gregge unito; è incredibile quanta gente si muova a piedi nonostante il freddo polare. Mi rendo subito conto che Cracovia è una città viva.
Lo scenario quotidiano cambia all’improvviso stravolgendosi notevolmente: al centro della città, su un’altura alta 228 metri, si erge in tutta la sua maestosità, il castello di Wawel. Il castello è lì, a osservare muto la città e a vegliarla, fermo e silenzioso da anni. E’ una struttura enorme, si tratta di una costruzione molto antica risalente ai tempi del medioevo.
Passato il centro, il taxi si imbatte di nuovo in una strada trafficata , questa volta la visione che ho davanti è di un contesto povero e più castigato, sono entrata nel quartiere ebraico di Cracovia: il quartiere di Kazimierz.
A questo punto decido di proseguire a piedi. Mi accorgo di come tutto sia diverso, mi rendo conto di come Cracovia sia una città dalle mille sfaccettature: un attimo prima si può ammirare la bellezza immortale delle sue costruzioni, delle chiese e delle sue vie ricche di luci e un attimo dopo ci si ritrova ad ammirare contesti completamente differenti di strade invase da cassonetti della spazzatura, muri di palazzi imbrattati da scritte e pavimentazioni disastrate.
Un luogo composto da più anime, culture e religioni. La dicotomia è molto evidente, vi è una sorta di confine tra il centro della città, con la piazza del vecchio mercato, il castello di Wavel, le numerose chiese cattoliche e il quartiere ebraico, che lascia spazio alle sinagoghe e a siti legati all’eredità ebraica.
Varcata questa soglia mi ritrovo in un altro mondo mai conosciuto prima: da dietro cancelli ricoperti di edera e recinzioni scorgo vecchie librerie ebraiche, le sinagoghe sono molto meno appariscenti delle chiese cattoliche: strutture basse e architettonicamente più povere, simbolo identificativo del quartiere.
Camminando sempre di più verso l’interno arrivo ad in una nuova zona che mi confermano essere il ghetto di Cracovia. Dal marciapiede in cui sono, mi soffermo ad osservare oltre la strada e prendo un attimo per respirare: la suggestione che provo mi porta via da ogni altro pensiero e mi riconduce con la mente a tempi passati.





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