Da lassù si può quasi guardare il mare. L’azzurro dello Ionio è a un tiro di orizzonte, mentre la terra nasconde abitazioni e piccoli episodi di vita contadina. O più romanticamente, umana. Sulle colline cosentine, l’aria è un continuo inseguirsi di aromi fruttati, mentre la possanza di certi ulivi ti concede una panchina improvvisata da cui guardare il mondo dove nessuno ti può scoprire.
Ci vuole poco per uscire dal traffico cittadino di Corigliano Calabro, e appartarsi nel mondo rurale delle varie frazioni sulle colline poco distanti. Una geografia molto particolare, e quasi inesistente nel resto della penisola italiana. E lassù, a Costa, provincia di Cosenza, c’è qualche casolare dove le famiglie spesso si ritrovano per qualche evento un po’ speciale, mentre altri vivono di terra e pastorizia.
Fatto gentilmente accomodare da un autoctono, inizio la mia esplorazione lungo i pendii abitati da fichi e le lunghe piante di more selvatiche. Prima di prendere una di queste ultime, mi avvicino loro a pochi centimetri di distanza. Le spine sono arcuate. Il frutto è composto da piccole drupe. Ce ne sono di vari colori. Da quelle verdi ancora asprigne, alle rosse e infine al tipico colore nero che indica la sua maturità, e il gusto dolce.
Tocca poi al fico. Le ampie foglie nascondono e fanno vedere il dolce frutto. Pianta femmina ovviamente, che produce, a differenza del maschio frutti commestibili. Pago di una passata esperienza, mi cibo solo della polpa lasciando la buccia esterna a un futuro secchio dell’immondizia, poiché può diventare irritante per la bocca dopo qualche assaggio.
L’aria salmastra delle sponde rocciose è già un ricordo lontano mille miglia. Scendo ancora di qualche metro mentre la folta vegetazione non smette di graffiare i miei piedi poco coperti. Qualche spiazzo pianeggiante assomiglia a radure di boschi. Qui, delicate felci di un acceso verde pisello suggeriscono qualche minuto a tu per tu tra nespoli e cespugli vari.
Prendo una manciata di terra. Bruna come un ricordo da immedesimare. Vorrei poter dire
di essere parte di questo azzurro sopra di me, mentre le coltivazioni si alternano con delicata perizia nel racconto di storie generazionali. La consistenza di certi alberi mi fa trovare una sedia come se qualcuno si fosse preso la briga di aspettarmi.
D’improvviso scorgo un piccolo camino. Una piccola casetta. Lì. Nel mezzo del verde. C’è un secchio appeso a un albero. Chiedo di restare lì. Trascorro la notte a rimpinzarmi di frutta senza avvertire alcuna necessità di guardare le stelle. Il risveglio mi ha portato un nuovo suono. Un’invogliante apertura nella roccia poco lontana da cui scaturisce l’acqua di fonte.
Risalendo verso il caseggiato, con la brina umida ancora a farmi da coperta su braccia e gambe, guardo quella casetta non riuscendo a smettere di sognare realtà. Continuando a rinascere in ogni illusione. Forse basterebbe scavare qualche centimetro sotto terra per trovare una lettera lontana. O qualche giuramento. Chissà di cosa parlano i sogni degli abitanti di questo posto.





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