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Corona, incanto del Friuli-Venezia Giulia - foto : Una stazione della Via Crucis di Gino de Finetti
Una stazione della Via Crucis di Gino de Finetti

Corona, incanto del Friuli-Venezia Giulia

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Il corpo la conosce per gli strepitosi bianchi e rossi, che le viti distillano. Lo spirito si raccoglie in un’armonica chiesa del Settecento, vestita con marmi e pitture di mani eccellenti o poeticamente popolari.

Corona, da sempre, manciata di case, e abitanti a sudare sui campi per trarne la vita: provincia di Gorizia, fra Cormons, adagiata ai piedi di flessuose increspature della terra, le colline del Collio; Mariano, madre per l’industria della sedia, poi esplosa nel distretto di Manzano; Medea, dall’isolato colle roccioso, già dispensatrice di pietra e calce per case e chiese, oggi nota per l’Ara Pacis che pace invoca in queste terre dai ricordi orrendi della Grande Guerra.

Il cuore è nella “centa”, ora poco più che nome, ma, nei secoli, abbraccio di case per difesa, attorno alla chiesa. Lì sta la chiesa, chissà da quando, in dedicazione all’Immacolata e a un San Zenone che la fa pensare altomedievale, un titolo forse mutuato dalla chiesa madre di Cormons, sede del patriarcato di Aquileia per un sospiro del tempo.

Dal tramonto del Seicento, ai primi lucori dell’età successiva, venne edificata la “nuova chiesa”, da maestranze lombarde, ornata progressivamente da scultori, altaristi, pittori, di una certa fama nel Friuli orientale.

Il Settecento è l’epoca d’oro per lei: si ammanta del bello, come espressione di fede in Dio, con l’impegno dei pastori, la capacità degli amministratori, la mai stanca volontà di dare dei Coronesi, sostenuti dalle rendite di un mulino che la chiesa aveva sul serpeggiante, rapinoso, scorrere del torrente Versa.

Il mulino finì la sua storia nella Grande Guerra, ma dopo la seconda, che vide ancora uomini trasformati in mostri, da belluine ideologie, la chiesa di Santa Maria e San Zenone vide ancora un dono che la illumina di luce nuova. Sono le 14 stazioni della Via Crucis, dipinte e donate nel 1949 dal grande pittore Gino de Finetti (Pisino d’Istria 1877 – Corona 1955).

Non è un’opera ideologica, ma l’artista, toccato dalla storia recente, raffigura i soldati che tormentano il Cristo, con indosso gli elmetti dei Tedeschi nella guerra recente. Cristo, nella storia, continuava ad essere tradito dall’uomo per il quale aveva accettato il supplizio.

In ognuno, di questi stupefacenti capolavori, si leva il grido a non crocifiggerlo di nuovo. Il Cristo emerge costantemente, ed ogni volta interroga in maniera diretta chi lo guarda. Studi a Monaco di Baviera, Berlino e Parigi, de Finetti riversa tutta la sua spiritualità, la sua capacità di sentire la storia, di tradurre il dolore, di parlare all’anima di chi guarda, in questo parlare di forme e colori.

Vale da sola la ragione di una visita di una piccola chiesa, in un piccolo paese, però capace di creare un’atmosfera che incanta e, soprattutto, parla: con parole che sanno di eternità.

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