Per chi viene dalla città può sembrare strano, ma esistono anche strade che non si intersecano con altre, ma che portano solo in un unico posto. Una di queste è una diramazione della fondovalle che porta al passo della Cisa, antico passo tra la provincia di Parma e quella di Massa.
Questa strada, dopo vari minuti di curve serpeggianti, all’ombra di castagni, carpini e querce, arriva in un piccolo borgo di fine valle, che sembra essersi dimenticato dello scorrere del tempo: Corchia.
A 640 m di altitudine, sulla sponda del torrente Manubiola, Corchia è custodito dalle montagne che si ergono intorno, cresciuto su se stesso in un cunicolo di viuzze, loggiati, archi, passaggi inaspettati. Il paese è l’ultimo in fondo alla strada, oltre non vi è più nulla. A parte il bosco e gli antichi sentieri di carbonai e raccoglitori di castagne.
Alcuni paesi dell’appennino rievocano qualcosa di antecedente. Corchia è uno di questi.
Ciò non è dovuto tanto al suo aspetto da antico borgo, come se fosse uscito da un libro di favole, ma è qualcosa che si respira per le vie del paese.
Le piccole finestre, più ancora delle pareti in sasso ristrutturate, le strette strade coi muri vicini, quasi a toccarsi, come coperta per difendersi dal freddo inverno, i suoni del bosco attorno, il saluto amichevole di chi si incontra per strada, è forse qualcosa che resta nel nostro DNA. Un archetipo dell’inconscio collettivo junghiano, come se il secolo breve dello sviluppo industriale, non avesse potuto cancellare i secoli di quella dimensione del vivere.
Dalla metà del XIX secolo fino alla seconda guerra mondiale il paese ha visto il maggior afflusso di immigrati attirati dalle ricche miniere di rame, promosse sopratutto dal regime fascista.
Già in passato si era cercato di sviluppare maggiormente le miniere locali, prima nel XVI secolo, sotto i Farnese, con la ricerca dell’oro (che si rivelò poi pirite), successivamente nell’800 e ’900 con lo sfruttamento di nuovi giacimenti di rame. Con la fine del rame in miniera e il boom industriale alle porte, il paese ha subito negli anni ’60 la stessa sorte di molti altri borghi dell’appennino. L’abbandono.
Lunghi inverni silenziosi, con solo il passo di qualche anziano, il lento crollo delle case e l’avanzare del bosco nel borgo, su muri e archi. Molti giovani emigrarono in America, in Francia o nella città capoluogo, Parma.
Se molti di loro sono rimasti all’estero, e oggi rientrano nel loro paese natale solo nei giorni di festa (mettendo targhe dai nomi francesi sulle case), altri invece hanno deciso di ritornare a Corchia perché proprio alla vita di città non riuscivano ad abituarsi. Questi vedono oggi una nuova vita per le strade del borgo.
Certo gli inverni sono ancora lunghi, ma meno solitari, e d’estate le case hanno di nuovo le finestre e le porte aperte, anzi non vi è più una sola casa abbandonata a Corchia. Questa specie di rinascita è avvenuta oggi, nel nuovo millennio, grazie a vari finanziamenti che hanno permesso di ristrutturare le vie, i tetti, le mura delle case. Anche se, da altri borghi vicini, qualcuno polemizza che i soldi, il paese, li ha ottenuti inventandosi che la via Francigena passasse anche da lì.
Il risultato del restauro è comunque splendido, ha conservato le antiche rocce e utilizzato gli esperti e saggi metodi di costruzione del posto, come ad esempio la particolare costruzione dei tetti in ardesia. Inoltre la trattoria del paese è diventata una delle più famose, non solo della zona, ma dell’intero appennino parmense. Il sabato e la domenica bisogna prenotare con molti giorni di anticipo perché i posti sono sempre esauriti, e non solo d’estate.
Resta comunque piacevole e suggestivo camminare per le vie del paese o lungo i sentieri dei vecchi carbonai, ascoltando i lenti rumori del borgo o i suoni del bosco, con lo scorrere del torrente e il canto degli alberi.





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