Il marmo del tempio neoclassico che raccoglie le spoglie di Alessandro Volta riflette la poca luce che c’è. Ti sembra di vedere il retro delle vecchie diecimila lire. La pioggia scende come vapore sulle cose. E dietro si apre una vista circolare che attira milioni di turisti da tutto il mondo. Le colline seminascoste dalla foschia sovrastano Como che vive, e fa poco rumore.
Il lungo Lario, antico nome del lago, è sbarrato all’altezza del molo. Non si può percorrere. Sono in corso i lavori di ampliamento e miglioramento. Al termine la passeggiata sarà più larga di otto metri e, con un sistema di vasche sotterranee, sarà in grado di assorbire le frequenti inondazioni che la città ha subito negli scorsi anni. Ora ci si accontenta di vedere gli scavi da finestre sul cantiere ed immaginare la bellezza del lavoro finito in una giornata serena.
Mentre un battello si allontana dalla riva alzando onde che si scontrano con la sponda opposta, avanzo verso le imponenti mura in pietra che ricordano il passato di castrum romano. Vie e viottoli incrociati rallentano il percorso. Fino a sbucare davanti al Duomo, gioiello dell’arte romanica. Guardo ammirato la facciata che mi ricorda la Basilica superiore di Assisi, mi ipnotizzo nel rosone e nei colori delle sue vetrate. Un rivolo di vento freddo si insinua nei pensieri, e mi risveglia.
Entro in chiesa. Faccio scattare lo sguardo su migliaia di dettagli, ognuno prezioso e unico. Osservo la pala di Bernardino Luini in una cappella sulla destra. Accendo una candela: non per chiedere, ma per ringraziare di questa visione d’energia divina. Poi esco e la pioggia mi sfiora ancora. Più pungente e silenziosa di prima.
Con una linea retta nella storia sono passato dall’antichità romana di Como, alla magnificenza medievale. Ora mi trovo sull’orlo di un nuovo periodo, quello fascista, che lasciò una traccia pesante.
Oggi è la sede della Guardia di Finanza. Ma l’edificio che si staglia sulla collina dietro in piazza del Popolo è forse il maggior esempio di architettura razionalista italiana. L’ex Casa del fascio progettata da Giuseppe Terragni racchiude il senso di un’epoca così contrastata della storia del nostro paese. Le proporzioni perfette, le misure calcolate al centimetro, l’altezza che è l’esatta metà della larghezza. E un marmo bianco e nero, negli interni, che simboleggia involontariamente le ombre del passato regime italiano.
L’energia è nell’aria, si sente sulla pelle. E non importa se la vista sul lago non è come nei giorni d’estate. Si può sempre tornare in questa città fiera della sua bellezza solitaria.





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