Dal lago di Alleghe alle soffici “pianure ghiacciate” in alta quota. Prima la cabinovia, poi un ulteriore salto di cinquecento metri vissuto in seggiovia a contatto con le correnti, e una sedia di ferro che mi separa dal vuoto. Sotto di me, una folta vegetazione trabboccante di candida neve. Arrivato in cima, a Col dei Baldi (1922 m s.l.m.), il calore della baita è un delicato toccasana ristoratore.
Le ore più gelide sono ormai alle spalle. Il sole adesso riscalda. Da quassù posso guardare un intero mondo aperto. Uno spettacolo bianco mi lascia attonito. Sembra di stare davanti a un gigantesco contenitore di stracciatella. Manca solo il cucchiaio e si potrebbe cominciare l’abbuffata.
Tutt’attorno è un continuo sali e scendi di gitanti e famiglie. Tutti venuti su per respirare l’aria fresca e godersi le piste da sci. Li invidio a tal punto, che in maniera sconsiderata penso (per amore della bellezza della natura) di scendere ai bordi di una di queste discese.
Dopo aver appurato che stavo totalmente sbagliando “strada”, mi rendo conto che la cosa potrebbe essere più complicata del previsto, nonché pericolosa. Cosa rimarcata anche dagli addetti alla sicurezza, che alla domanda se ci fosse un sentiero per tornare a valle a piedi, mi rispondono che se qualcuno scendesse per le piste si prenderebbe una multa coi fiocchi.
Avessi un’altra attrezzatura, qualche capatina nel bosco la farei. Mi limito a uno sguardo cercando di far penetrare i miei occhi in ogni tana nascosta. Vorrei potermi mimetizzare con qualche albero troppo solitario. Vorrei poter sentire il cuore pulsante del riverbero mentre carezza il mio furore. Vorrei potermi addormentare e sentire i colori dell’alba autenticare la loro bellezza sulle guance infreddolite.
Gli sforzi e il freddo reclamano un po’. Ma invece di perdermi nelle inevitabili code della domenica, approfitto del chiosco lungo le piste per cedere a un caldo e rigenerante pastin (una sorta di pasta di salsiccia) in compagnia degli immancabili crauti e ketchup.
Faccio incetta delle cose superflue per crearmi una sorta di cuscino da collocare sotto il fondoschiena. Poi mi siedo. Lì. Una mezz’ora abbondante, sgranocchiando alla fine anche qualche pezzo di coroborante cioccolata. Fronte alla montagna. Il Monte Pelmo, prima vetta dolomitica ad essere scalata (il 19 settembre 1857 dall’inglese John Ball). Lo guardo cercando di interpretare i suoi pensieri. Cercando di imparare.
ll suo nome in dialetto zoldano, Pelf, significa peloso (boscoso). Una leggenda della Val di Zoldo narra infatti che un tempo il Pelmo fosse una montagna verdeggiante e sulla propria sommità, dove oggi si trova il circo glaciale, vi fosse addirittura un ampio pascolo molto frequentato dai pastori. Non è leggenda invece quella che racconta che a ridosso del rifugio Staulanza (1783), sia stato rinvenuto un masso con impronte di dinosauri.
Immacolata estraniazione. Un tutt’uno naturale. Mi rialzo solo quando mi sento più forte. Il ritorno in seggiovia è una passeggiata. Seppur attento a non farmi scivolare il laptop, mi sento parte di questo mondo. A modo mio l’ho conquistato. Adesso sarà difficile, quando dal mare i bagliori mattutini delle giornate più limpide mi sveleranno la forma delle montagne, non ripensare di essere stato quassù.
Arrivato ai Piani di Pezzè, le gambe reclamano. Assecondo la loro grinta. Per ritornare ad Alleghe faccio a meno della cabinovia. Sgambetto in discesa sulla strada percorsa anche dalle macchine, guardando di continuo il zigzagare del bosco. Ogni tornante è un tentativo di ritrarre le Dolomiti in maniera diversa. Ogni respiro è una dedica che sfida il battito delle nuvole sempre più alte.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




