Sono arrivato in una Lijiang avvolta nel buio, ero stato qui undici anni fa ed ero curioso di vedere i cambiamenti. La città vecchia era illuminata in modo scenico e perfetto, l’acqua dei canali rifletteva il nero del cielo ed esaltava i colori della notte, le luci arancione e le lanterne rosse in carta di riso mettevano sapientemente in risalto la bellezza delle case e i portoni in legno, cosicché pensavo di essere in una città finta o su un set di un film.
Questa non era la Lijiang che mi ricordavo, quella che avevo conosciuto non esisteva più. Ho sperimentato, forse per la prima volta, cosa significhi la nostalgia dei tempi passati, perché non avevo mai saputo cosa fosse e la sentivo citata solo nei racconti della nonna.
In periferia invece, lontano dai negozi sfavillanti e luccicanti, la città non era ancora stata fagocitata dai cambiamenti. Si incontra poca gente per le strade, abitazioni non ancora meravigliosamente restaurate, persone intente in umili lavori. C’è la sarta che utilizza la finestra di casa come se fosse un atelier, chi vende sull’uscio pannocchie lesse o patate fritte.
La cittadina turistica invece è magnifica, è accattivante, le pietre delle stradine appaiono come levigate, le case nello stile Naxi hanno i balconi fioriti e i tetti a pagoda. C’è ancora qualche donna vestita negli abiti tradizionali blu cobalto con in testa il buffo cappello da ferroviere. Una volta erano ovunque, come gli uomini che si ritrovavano a chiacchierare, a fumare, a bere il the verde e a giocare a mahjong, che indossavano vestiti nello stile di Mao o divise militari, che avevano strani copricapo tipo colbacchi, barbe lunghe da uomini sapienti e la pelle dura cotta dal sole.
Mi ricordavo le strade sterrate, il fascino di Piazza Mao, il mercato dei cavalli e i venditori di frutta agli angoli delle strade. Ho inforcato la bicicletta e mi sono diretto verso il villaggio di Baisha, sperando di incontrare Shi-Xiu, un arzillo vecchietto, conosciuto undici anni fa. Pedalando, osservavo le montagne incappucciate, i campi coltivati a granoturco, i cavalli che brucavano nei campi, le donne Naxi con le gerle sulle spalle, i bambini che giocavano per strada e che ti salutavano stupiti: questa mi sembrava la Lijiang che avevo conosciuto.
Con gran sorpresa il vecchio medico era vivo. Alcuni lo definiscono un ciarlatano, altri un benefattore, una specie di “dottore sociale”, lui invece, ama definirsi dottore taoista, però da tutti è additato come il dottor Ho. Bruce Chatwin lo chiamò “Il leggendario dottore della montagna innevata del dragone di giada” e da quel momento nacque la sua fama.
Il dottore mi ha mostrato articoli, attestati di stima, lettere di pazienti che grazie al suo famoso the, erano guariti da malattie incurabili. Mentre ascoltavo, mi ha parlato delle erbe medicinali che ancora oggi, raccoglie personalmente. Me ne sono andato pensando che, se mai ritornerò qui, lo incontrerò ancora una volta, e così, rivivrà a in me, ancora una volta il ricordo della vecchia Lijiang.





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