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Chiloè, l’isola che non c’è

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L’isola che non c’è esiste. Occupa una superficie di 9181 chilometri quadrati al largo dell’oceano Pacifico, è lunga centottanta chilometri ed è la più grande di un omonimo arcipelago. L’isola che non c’è è l’isola di Chiloè.

“Là dove finisce la terra”, nella decima regione di quella sottilissima striscia di deserti, foreste, ghiacci e Ande che è il Cile, sta Chiloè, l’isola delle leggende che popolano le notti solitarie dei pescatori, delle spartane chiesette di legno dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, delle palafitte in precario equilibrio nella baia della città di Castro.

Questo mondo a parte, isolato per secoli dal resto del Cile coloniale, ha sviluppato e mantenuto una cultura propria che si distingue per l’architettura, la cucina, la musica e soprattutto la mitologia, alla quale la popolazione nativa è ancora fortemente legata. E quale migliore scenario di quello offerto dall’isola, ricoperta di foreste verde intenso, montagne a picco sul mare e minuscoli paesini di pescatori, poteva fare da sfondo alle leggende che si mescolano alla realtà?

Occupata dagli Spagnoli nel Cinquecento e battezzata inizialmente col nome di Nuova Galizia, Chiloè rimase l’ultimo possedimento spagnolo in Sudamerica, entrando a far parte del Cile solo nel 1826. Popolata da Chonos e Huilliches, gruppi indigeni dediti alla pesca, all’agricoltura e alla tessitura, ha mantenuto la cultura marinara impressa a fuoco sui volti rugosi dei pescatori e nelle numerose baie della costa, punteggiate di imbarcazioni che con la bassa marea si arenano sulla spiaggia.

Nella baia di Castro, capitale della provincia di Chiloè, resistono anche le vecchie case dei pescatori, esili palafitte in equilibrio precario come trampolieri stanchi. Ma in città, come nel resto dell’isola, ci sono altre costruzioni che focalizzano l’attenzione dei viaggiatori: oltre centocinquanta tra chiese e cappelle, costruite dai gesuiti durante il XVIII secolo e ora perfetto esempio della fusione tra la cultura religiosa europea e le tradizioni dei nativi dell’arcipelago.

Collocate nei centri dei paesi come lungo le strade di collegamento, le curiose costruzioni hanno linee sobrie ed essenziali, ma, soprattutto, sono interamente realizzate in legno locale. Non a caso queste piccole opere d’arte, il cui campanile funziona anche come faro per i naviganti, nel 2000 sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Prima ancora che la chiesa e i gesuiti sbarcassero sull’isola per diffondere la religione cristiana i chiloti, però, adoravano la Madre Terra e davano un senso agli eventi tragici che colpivano la comunità attraverso racconti, credenze, leggende. Le stesse che ancora oggi gli anziani pescatori vi racconteranno se avrete la pazienza e il coraggio di starli ad ascoltare.

Coraggio sì, perché gran parte di questi miti sono affascinanti e spaventosi al tempo stesso. E se volete conoscerli immersi nella giusta atmosfera non vi resta che fare tappa nella parte più selvaggia dell’isola, la costa occidentale che si affaccia sullo sconfinato Oceano Pacifico.

Qui, immerso quasi costantemente nella nebbia, battuto dai venti e colpito dalle tempeste sorge il villaggio di Cucao, principale punto d’accesso al parco nazionale di Chiloè. E sempre qui, circondati dal dio oceano e dalla dea natura – ben 44.000 ettari di verde – sono nati e ancora vivono i protagonisti del folclore locale, di cui anche Bruce Chatwin, durante il suo leggendario viaggio in Patagonia, ascoltò le vicende.

E allora, con un po’ d’immaginazione, quando cala la nebbia potrete veder apparire il Caleuche, una nave fantasma carica di oro che attira i pescatori nell’ignoto del mare, mentre sulla riva resterete incantati dalla Pincoya, dea marina che vaga seminando in dono pesci e crostacei. Ma fate attenzione se vi addentrate nella foresta: potreste imbattervi nel Trauco, un ometto di ottanta centimetri di altezza, deforme e affascinante al tempo stesso, intento a sedurre le giovani fanciulle con la sola forza dello sguardo.

Inutile meravigliarsi. In fondo, nell’isola che non c’è, tutto è possibile.

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LIBRI

Patagonia Express

"Patagonia Express" di Luis Sepúlveda - Guanda, 1999

Patagonia Express

"Patagonia Express" di Luis Sepúlveda - Guanda, 1999



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