« Nel Parco nazionale del Pollino Rapa Nui, l’Isola di Pasqua »


Chichicastenango, il centro dell’America

di

stampa stampa

Al turista che si reca in Guatemala viene sconsigliata la capitale. Non solo perché piuttosto pericolosa. Non solo perché inquinatissima. Non solo perché c’è poco da vedere e quel poco non soddisfa. Ma soprattutto perché in un’epoca maledettamente globalizzata, Città del Guatemala è una metropoli che da tempo ha perduto il suo fascino Americano.

Essa non offre profumi, semmai sgradevoli odori, non offre allegre tinte, semmai violenti colori che nulla hanno di guatemalteco, non offre piatti tradizionali, semmai cibi artefatti. Troppe poche emozioni e quelle poche troppo distanti dalla natura storica del Guatemala.

Dunque dove trovare i costumi e le facce? A Chichicastenango, ad esempio. Anzi, a Chichicastenango assolutamente. Città che più che una città è un piccolo paesino con i suoi appena undicimila abitanti e del piccolo paesino ha tutto ciò che un viaggiatore dovrebbe poter trovare in un angolo di nazione. Come da noi: se vuoi tradizione e storia devi andare nei piccoli centri, cioè laddove i vecchi ancora giocano a briscola e bevono vino rosso.

Da noi, però, non puoi esimerti dal vedere Firenze, Roma o Venezia. E’ lì, infatti, che è racchiusa l’arte. Ma Città del Guatemala possiamo saltarla volentieri e recarci nella più storica e mille volte più affascinante Antigua o nella tradizionalissima, appunto, Chichicastenango.

Chichicastenango, appunto. E’ lì che troviamo il più vasto mercato del Centro America. Qui confluiscono etnie (chiamiamole etnie, per l’amor di Dio) di tutti i tipi. Ciascuno di loro confluisce qui in giorni prestabiliti al fine di presentare mercanzie di ogni genere. Coloratissima mercanzia. E per le nostre tasche economica, sfacciatamente economica. E soprattutto tradizionale, tradizionale per davvero.

Se ne avete la possibilità e siete alloggiati a Chichicastenango, puntate la sveglia alle quattro e mezza. Vedere questa gente che ai nostri occhi risulta dello stesso ceppo, ma che tra loro si riconoscono benissimo (i peruviani non sono guatemaltechi e gli ecuadoregni non sono boliviani, così come il tedesco non è nato in Svezia e il francese non in Svizzera), dicevo vederli preparare i loro banchi e riempirli di colori e profumi è un’esperienza da imprimere nei rullini, ma soprattutto nella mente.

Verso le sette, poi, tutto è pronto. Poco baccano, però. Se noi e loro siamo uniti dall’essere latini e l’essere latino implica modi chiassosi, allora noi italiani siamo cento volte più latini. Il mercato del pesce a Napoli è un’altra cosa.

A Chichicastenango, invece, capita di passare dinnanzi a bancarelle variopinte e il silenzio, troppo strano in quel contesto, ti assale e ti lascia perplesso.

Non voglio fare il solito turista “no-global” che per ribellione culturale dice che di là dagli oceani (qualsivoglia oceano) gli umani sono più umani che da noi. Ma vi devo dire la verità, è il mio compito. I sorrisi. Mi hanno colpito come una serena frecciata nel cuore, i sorrisi dei venditori, deliziosi nel silenzio assurdo del mercato.

Se compri ti restituiscono il resto senza mai ringraziarti, ma ogni volta regalandoti un sorriso che, a ben guardare, vale più di ogni forma di educazione troppo formale. Beh, perdonatemi, ma io quei sorrisi non potrò mai dimenticarli.

Di fronte ad una bancarella dove si vendono pezzettini di qualcosa di scuro, il mio amico Fabio sostiene con aria di chi il mondo lo conosce e lo capisce, che quei pezzetti lunghi una diecina di centimetri sono pezzi di canna da zucchero. Ancora da trattare.

Mi dice che la canna da zucchero grezza ha, sì un iniziale sapore dolce, ma un retrogusto pesantemente amarognolo. Con una spiegazione basata su inconfutabili nozioni scientifiche, non posso che provare. E provare significa, in questo caso, assaggiare.

Chiedo al venditore uno di quei pezzetti. Il suo sguardo esterrefatto e pesantemente dubbioso mi preme sulla coscienza. Uno solo? E cosa me ne faccio di uno? Cerco di recuperare. Un fascio, intendo. Infatti quei pezzetti di qualcosa sono legati tra loro in gruppi di dieci da spaghi bianchi.

Sciolgo lo spago e assaggio quei pezzetti di “qualcosa-canna da zucchero”, che, tra l’ilarità dei venditori, ma non di quella di Fabio, si rivela essere legno da gioco per bimbi. Solo che non ci sono gli incastri. Difficile fare costruzioni ardite, tipo castelli o mulini a vento. Rosso in viso, regalo il tutto ad un bimbo i cui occhi guardavano quei pezzetti di legno come il più straordinario dei giochi.

E poi i riti. Qui Cristianesimo d’importazione e credenze locali si sono fuse in un intreccio di ritualità che sono talmente numerose e talmente strane da assomigliare alle bancarelle coloratissime che si dipanano ai piedi della chiesa di San Tomas. Sì, perché e dall’alto della scalinata della chiesa che tutto comincia. Ogni volta. Ogni rito.

Io assisto a un finto funerale, in cui una bara vuota viene portata per il paese. Le persone che seguono il feretro non sono di certo vestite a lutto, o, per lo meno, non lo sono ai miei occhi. Indossano i soliti, variopinti abiti il cui incrocio di colori è talmente casuale da risultare perfetto.

Vi dico una cosa, un segreto vero e proprio. Un segreto che, attraversando i secoli, ha deciso, in quei giorni passati a Chichicastenango, di posarsi su di me. Scuotendo e rivoluzionando il mio modo di essere. Per sempre. Il blu si può, anzi SI DEVE indossare con l’arancio. E il verde con il viola. Straordinario.

stampa stampa
LIBRI

Kitchen Confidential

"Kitchen Confidential" di Antony Bourdain - Feltrinelli Traveller, 2002

Gli itinerari stupefacenti

"Itinerari stupefacenti. Racconti di una viaggiatrice" di Diane Johnson - Feltrinelli Traveller, 2008



comment Lascia un commento a "Chichicastenango, il centro dell’America"

I campi contrassegnati da (*) sono obbligatori.



 





I Commenti più recenti
- laura su C come Cuore
- sandro damian su Etiopia, nel cimitero militare italiano
- Paolo COdo su Il giro del mondo in auto
- Anna Maria su A come Amarcord
- nicoletta luchena su Pergamon Museum, Berlino imponente
- Paolo Codo su Il giro del mondo in auto

Le ultime dal forum



SCELTI PER VOI

Reportage

Enna, la torre di Federico II di Svevia
di

Enna, la torre di Federico II di Svevia - foto : Enna © Lucio Vetri

Viaggio nel capoluogo di provincia più alto d’Italia (961 m), dove l’antico monarca fece costruire un imponente baluardo militare, capolavoro a base ottagonale dell’Età Medievale, che domina tutta la città.

Storie

Colmar, città natale della Statua della Libertà
di

Colmar, città natale della Statua della Libertà - foto : La statua della Libertà di Colmar in Francia © Monica Genovese

Città francese che annovera, tra le sue bellezze, un suggestivo centro storico medievale dove passeggiare senza meta. E sempre qui è nata la signora newyorchese più famosa del mondo.

Storie

Richard Avedon, il terzo occhio sul mondo
di

Richard Avedon, il terzo occhio sul mondo - foto : Scatto di Avedon - foto tratta dal sito www.fotoarts.org

Indimenticabile virtuoso della fotografia. L’uomo che in uno scatto riusciva a catturare il respiro vitale delle persone.






il reporter raccontare oltre il confine è testata registrata presso il Tribunale di Vercelli n. 4/2010 | © 2007-2012 il reporter