Si sentono ancora i rumori della vecchia metropolitana elevata, un laccio ferroso che stringe il cuore di Chicago. Sono nel quartiere più a Sud del loop dove quel bianco e quel nero che si inseguono e si combattono lungo le linee dure dei sottopassi rievocano un’epoca dove questo accostamento voleva dire emarginazione, razzismo, sottocultura, sintomi più di una povertà umana che di una malattia economica.
Oggi quel periodo sembra un brutto ricordo e anche l’America conservatrice ha deciso di correre in avanti verso orizzonti che nessuno si sarebbe sognato di raggiungere. E’ tutto il giorno che salgo e scendo da una metropolitana, i volti sembrano sbiadirsi al sole come un miraggio per poi ritrovarmi da solo dopo il buio di una galleria. Non hai il tempo di cogliere un particolare che il suono di una sirena ti catapulta dentro una marea di sconosciuti che sei costretto a prendere per mano.
Mi siedo su una panchina senza dare le spalle al sole, lasciandomi coccolare da un venticello morbido e aspettando gli ordini impartiti dalla mia curiosità. Oggi Chicago rappresenta uno dei centri economici più importanti dell’Illinois ma come ogni grande metropoli non ha solo un volto.
Mi ricorda quella maschera appoggiata sulla scrivania della mia camera, presa durante il carnevale di Venezia che mostra accostati ad arte tre espressioni del viso: il volto sorridente, triste e sorpreso di un giullare dispettoso. Scendo alla stazione di Randolph, percorro una decina di metri tra le saracinesche dei negozi ancora chiusi, giro all’angolo del Joffrey Ballet per dedicarmi a uno degli edifici storici di questa città: il Chicago Theatre. Negli anni venti venne realizzato per diventare uno dei cinema più grandi della città con la capienza di oltre 3500 persone, oggi ospita eventi di ogni genere di concerti, spettacoli e festival.
La bellezza di questi edifici storici condividono le fondamenta con i grattacieli più spettacolari degli Stati Uniti d’America e la passione per l’arte diventa un tutt’uno con la meraviglia dell’eccentricità moderna.
Sto attraversando il Chicago River mentre mi lascio alle spalle i cilindri fluorescenti delle Wrigley Towers per rispecchiarmi ancora una volta nel Trump International Hotel. L’acqua è salmastra, intorno a me ogni metallo è riflettente, la luce è un gioco di colori e illusioni ottiche. Il River corregge le linee dure del cemento con sbavature irregolari di verde scuro e scorre lento mentre i rumori si sovrappongono così velocemente che mi sembra di non riuscire a sentire più nulla. Mi rimetto su una nuova linea della metro, avverto l’indifferenza del viaggiatore solitario abituato a vedere sempre volti diversi in ogni suo viaggio ma mi adeguo mal volentieri.
Quel movimento ondulatorio mi lascia sprofondare per pochi minuti in un sonno leggero, dove le voci mi arrivano ovattate ma ancora nitide e lo spazio si modella alla mia fantasia. C’è un bambino con le labbra un po’ sporgenti, due gambe sottili, i capelli arruffati e ricci mentre guarda un canestro appeso alla crepa di un muro. La retina con la sua maglia di ferro si muove poco anche quando la trapassa il vento. I suoi occhi neri disegnano con la mente una traiettoria impossibile ma ci prova lo stesso e dopo quel canestro il suo angolo di mondo gli sembrerà più abbordabile.
Qualcuno mi spinge e scompare nella folla. Scendo a Van Buren, mi assale un buon odore di erba bagnata coperto subito da quello acre della senape che un venditore di hot dog rimpiazza con prontezza. Mi tuffo nel Grant Park seguendo più l’istinto che la mappa, fino ad arrivare alla Buckingham Fountain dove con gli occhi di un bambino mi metto a seguire gli zampilli di acqua che esplodono con una sincronia affascinante tra i cavalli marini di bronzo.
È stata progettata dall’architetto francese Jacques Lambert sulla falsa riga della Fontaine de Latona che si trova nei giardini di Versailles. Lascio che il tramonto sfumi tra i suoi getti d’acqua mentre mi rimetto lo zaino sulle spalle e torno sui miei passi.
Torno nella zona del Loop, in quell’atmosfera che sembra ritagliata dallo sfondo di una fotografia degli anni cinquanta, in cerca di una buona nota blues. Entro nel Buddy Guy’s Legend, riconosco le note di A man and the Blues che si rincorrono freneticamente sulla tastiera di una chitarra elettrica.
Il suono del Delta Blues, il suono dell’armonica che tratteggia i visi neri che emigravano dal Sud nelle grandi città degli Stati Uniti, il suono triste che corre veloce come gli occhi smarriti che cercano di aggrapparsi al primo treno utile, il suono libero di quell’anima che non ha un colore e che non ha mai smesso di vibrare.






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