Nel bosco di Peuterey si leva la voce di un bardo che narra storie di un popolo giunto da lontano, rispettoso della natura, da cui ha imparato a leggere ed interpretarne simboli. Nel bosco di Peuterey in Val Veny, si modula, accompagnata dal suono delle cornamuse, l’epopea di genti venute dalle bianche scogliere di Dover, dalle vette dell’Italia alpina, e dalla Gallia pre-romana. La voce sussurra tradizioni, narra di terre lontane, urla grida di battaglia, attende il silenzio del riposo.
Nel bosco di Peuterey, in Val Veny, a Curmayeur, dal 5 all’8 di luglio, tutto questo è stato Celtica 2007, Festival di Musica e di cultura celtica (undicesima edizione). Un serrato programma, dal carattere itinerante, ha intrattenuto gli ospiti del bosco, che, come di consueto, sono arrivati da tutta Europa numerosissimi, per ascoltare gli artisti internazionali, per vedere le rievocazioni proposte dai nove gruppi storici, per scoprire le antiche tradizione di questo popolo, ballare danze di gruppo, esibirsi in giochi di forza (come il lancio del ceppo), cimentarsi nell’accensione della selce. Il tutto in un clima disteso in cui ogni persona è la benvenuta e non uno straniero. Così ricorda lo striscione che riceve alla festa: “Non esistono estranei qui, solo persone che non abbiamo ancora conosciuto”.
Ed è proprio questo il clima che si percepisce. Celtica, come sostengono i partecipanti, è la festa di tutti. E uno sguardo attento lo conferma: bambini, famiglie, ragazzi, anche un po’ cresciuti, si accampano per tre notti nelle strutture di accoglienza o, addirittura, all’interno dello stesso parco e, dimentichi di ogni affettata civiltà, respirano a pieni polmoni la frizzante brezza offerta dal monumentale massiccio del Monte Bianco, sospirano ammirando le stelle, che, primo tetto del mondo, pulsano sui lori capi, si nutrono seguendo i ritmi di questo antico popolo, mangiando carni cotte allo spiedo, bevendo vino, celtic grod e idromele.
La musica rievoca il passato comune, stringe a sé i vicini, fa sentire uniti: è il suono della cornamusa, caldo, epico, intenso e diffuso, è il violino che lamenta antiche litanie, che racconta nuove storie già sentite, sono le percussioni che scandiscono il ritmo e il muoversi insieme come in uno solo.
A questo popolo misterioso di Elfi, fate e folletti, Celtica dà voce, nutrendo sogni e fantasie che sono in ognuno di noi e che, non soli, ma certo tra i primi i Celti sono stati in grado di scovare, rispettando e imparando dalla natura, a vedere ed interpretare i simboli misterici ed iniziatici che essa offre.
È proprio questo spirito ecologico che accompagna la festa: i venditori propongo manufatti artigianali, dai cappelli e indumenti in feltro (ottimi per contrastare il freddo serale) a fibule e monili in ferro, rame, ambra. Confetture e biscotti appena prodotti, e accessori in cuoio, coroncine di fiori, vasellame in pietra, per gustare meglio cibi e bevande, “perché ogni pietra è diversa dalle altre e ha una sua anima”.
Esaltati da questa atmosfera, inebriati dalla musica, al visitatore non rimane che mimetizzarsi nella natura seguendone i ritmi: dalla passeggiata la lago del Miage, all’accensione del fuoco druidico nel cuore della notte, una notte scoppiettante dai segreti svelati.
E poi, nella pioggia dell’ultimo mattino, il suono delicato dell’arpa celtica di Zitello accompagna il battito del cuore perché come racconta “non è musica composta da uomini, ma da fate. Una musica che non è solo tradizione, ma la storia di un popolo, che in essa si riconosce e si sente rappresentata”.





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