La Cascata del Toce © Fabio Castano
Ricordi Marco Pantani che scatta per l’ultima volta, al Giro d’Italia del 2003, mentre risali i metri d’asfalto che ti fanno sbucare sopra al miracolo. Senti quelle gambe snelle mulinare su e giù sui pedali, come fossero ali di una farfalla ferita. E già da lì, dagli spazi tra le colonne in cemento, vedi la schiuma bianca creata dalla caduta feroce dell’acqua.
Dopo un tragitto intarsiato tra paesini di montagna, sei arrivato. Scendi e respiri l’aria inesistente di montagna. Ti adatti al nuovo ambiente per qualche secondo, e ti avvicini al parapetto. Più cammini e più senti lo scroscio farsi potente. Guardi giù e per un attimo le vertigini hanno il sopravvento. Recuperi l’equilibrio e senti il vapore d’acqua che ti si incolla al viso.
C’è una piccola struttura di legno sospesa sopra la cascata: da lì ci si può sporgere meglio. Mentre fai quei pochi passi vedi tra le assi il vuoto infinito che urla di sotto. Il fiume Toce, placido fino ad un attimo prima, arriva al punto di non ritorno. Il bordo verso il nulla, il confine che divide la tranquillità dalla caduta. La cascata sembra la vita: un attimo prima sei un torrente calmo di montagna, un attimo dopo ti butti, cadi, vivi, sei in movimento. A valle, poi, ritroverai serenità.
Nella spianata della cascata, a oltre 1600 di altitudine, c’è lo storico hotel che si affaccia sulla Val Formazza. Fu costruito nel 1863, visse la sua stagione di splendore ad inizio ‘900, durante la Belle Epoque, quando gli aristocratici e ricchi d’Europa iniziarono ad appassionarsi al turismo alpino.
Ancora oggi è possibile soggiornarci e mangiare al ristorante in una sala con vista panoramica. Mentre assapori la tua polenta con brasato, non vedi l’ora di tornare fuori a scoprire qualche angolo nuovo di quel posto così evidentemente magnifico.
Esci, scendi a valle per guardare la coreografia della natura da altri punti di vista. Visto da sotto si nota come il Toce, cadendo, di allarghi in volo. Quando si lancia il fiume sarà largo una ventina di metri. Giù a valle l’ampiezza è tre volte di più. Poi le acque si raccolgono di nuovo e corso torna a scorrere nella sua forma originale.
Mi addentro nella radura intorno. Supero ruscelli naturali in modi diversi: saltando su alcune pietre che stanno nel mezzo, camminando su un asse di legno sospeso, o semplicemente saltando da una sponda all’altra quando la distanza lo permette. Trovo un punto visuale incredibile. Ad ogni grado dei 360 c’è qualcosa da scoprire. L’acqua in volo urla dietro. La valle immensa la accoglie davanti.
Sulla sinistra immagino ancora una volta il Pirata togliersi la bandana gialla e scattare, sinuoso come un airone. Forte e leggero: come le acque in continuo cambiamento dalla cascata su in alto.

Sulla riva del Po, lontano dal frastuono cittadino, si trova un piccolo villaggio antico, nato nell’Ottocento, ma con le fattezze di un tempo ancor più lontano. Un’illusione che sembra realtà.

Nella Val Germanasca si nasconde un mondo sotterraneo dove, da anni, i minatori estraggono uno dei minerali più preziosi e più puri al mondo. Bianco, morbido e vellutato.

Alla scoperta delle Alpi Pennine e Lepontine che si articolano in sette zone: tutte affascinanti per l’ambiente selvaggio e ben conservato. Dove spicca il Monte Rosa.