“La prima guerra mondiale sta alla seconda come il rugby sta al calcio”. Lo ha detto Marco Paolini, e se lo ha detto lui un po’ dev’essere vero. Pensavo.
Sono andato a farmi due giorni di calcio e di rugby e ne sono uscito malconcio. Risiera di San Sabba e San Martino del Carso e Monte San Michele. Mattatoi. Altro che sport. Piove e, credetemi, è meglio così. Rende di più l’idea.
La Risiera è alla periferia di Trieste. Ci puoi andare in autobus ma io ho la macchina. Dallo splendore di piazza Unità d’Italia, che qui tutti chiamano semplicemente piazza Unità, vai verso il cuore della città e poi segui la strada che comincia a salire.
“E’ vicina allo stadio” mi aveva detto il portiere dell’hotel. Chissà perché tutto deve rimandare al calcio. Ma anch’io divido la mia vita tra prima e dopo il mondiale di Spagna ed ho storie che colloco in coincidenza o tra un mondiale o un europeo.
Parcheggio sul piazzale di un supermercato Lidl che sta esattamente dietro la Risiera. Dall’altra parte la strada e poi lo stadio intitolato a Grezar e a Rocco. Sta arrivando qualche tifoso. La Trestina gioca col Chievo.
Qui dopo l’8 settembre 1943 e fino al 29 aprile 1945 furono uccise tra le tre e le cinquemila persone: triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei. Altre migliaia finirono a Dachau, Auschwitz, Mauthausen.
Fa freddo e la mia coppola di Edimburgo mi ripara appena dall’acqua. Ma è niente al confronto della sensazione gelida che emana questa casa degli orrori che dal 1966 è monumento nazionale. Come la lama di un coltello che ti entra dentro.
Hemingway ha scritto che basta raccontare quello che si è visto. Senza commenti. E si rende l’idea. Ed allora ecco quello che ho visto sabato 2 febbraio 2008. Così, senza sonoro a far da cornice. Con pochi dati essenziali. Gli altri li potete trovare su internet.
Un alto muro di mattoni rossi che dà sulla strada. Piccole finestre. Uno stretto e lungo corridoio per ingresso, delimitato da due muri di cemento alti undici metri voluti dall’architetto Romano Boico, vincitore del concorso indetto dal Comune di Trieste nel 1966 per trasformare la Risiera nell’attuale museo, inaugurato nel 1975.
Quando gli occhi arrivano all’undicesimo metro c’è una fetta di cielo. Liberatoria. In fondo un’arcata oltre la quale c’è la luce. Ma è la luce dell’inferno. Questa ne è la porta.
Cortile. Stretto. Claustrofobico. Sulla sinistra la cella della morte, dove i prigionieri venivano ammassati; più oltre lo stanzone delle celle, 17, strettissime. In ognuna due tavolacci sovrapposti che vanno da parete a parete per dormire; accanto appena lo spazio per stare in piedi. Come facevano a starci in due, penso. Poi il custode mi dice che ci venivano rinchiusi in sei.
Avanti. La “Sala delle Croci”, edificio a quattro piani ora senza solai così puoi vederlo tutto fino al tetto, con le travature in legno da cui prende il nome. In un incavo nel muro oggetti quotidiani di prigionieri: orologi, occhiali, pettini, un anello, qualche posata.
Sul lato in fondo e su quello di fronte del cortile ancora il muro di cemento. Grigio. Qui nessuno ha giocato a pallone, penso. Il cielo è in alto. Incombe. Ma non mi sembra più liberatorio. Oppressivo piuttosto se penso a chi lo ha guardato sapendo di non poter scavalcare quei muri, di non poterci più correrci sotto. Libero.
In terra un lastrone d’acciaio, quadrato, si appoggia al muro alle mie spalle, quello dalla parte dell’ingresso, nel punto in cui c’era il forno crematorio. Lo fece Herr Erwin Lambert, un serio professionista che già aveva costruito forni in campi di sterminio in Polonia. Fu collaudato – in modo assai soddisfacente – il 4 aprile 1944 con la cremazione di settanta ostaggi fucilati il giorno prima ad Opicina.
Il lastrone ha un braccio, anch’esso d’acciaio, lungo e stretto, che taglia in due il cortile e lo collega ad una scultura, pure d’acciaio: due profilati metallici slanciati verso il cielo vicino al muro di fondo.
Qui c’era la ciminiera, i profilati rappresentano il fumo, ed il braccio la collega al forno. Tutto in poche decine di metri. Potrebbe essere, ma non è, il cortile di un oratorio, un pomeriggio, tanti anni fa. In nessun cortile d’oratorio si sono mai ritrovate, come qui, una volta abbandonato, ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli da cemento.
C’è poi il museo con un’urna di ceneri di Auschwitz, la mazza usata, insieme ai gas di scarico di camion ed alle pallottole così banali per un esercito di tale genio, per fare pulizia e tante altre cose così. Tristi, ma nulla in confronto a quel cortile da condominio degli orrori, a quei muri insormontabili, a quel quadrato di cielo irraggiungibile.
Vengono in centomila all’anno ora, qui. Ma allora quanti sapevano? “Mio nonno – dice il ragazzo dell’hotel – vive ancora e non sapeva nulla. Si scoprì solo dopo la fine della guerra”.
Le SS diffondevano musica, facevano rombare i motori dei camion per coprire grida e rumori delle esecuzioni. E facevano abbaiare i dobbermann. Cani: i migliori amici dell’uomo.






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