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Carso, brandelli di vite 2 - foto : Il sacrario di Redipuglia
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Il sacrario di Redipuglia © Iabo

Carso, brandelli di vite 2

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Il rugby, cioè la guerra più fangosa e violenta ma anche più “cavalleresca”, sta a poche decine di chilometri, provincia di Gorizia, superato il sacrario di Redipuglia. Qui Ungaretti il 27 agosto 1916 ha scritto San Martino del Carso e chi non la ricorda vuol dire che ha avuto una maestra troppo indulgente alle elementari.

Ranieri Visintin è uno speleologo di San Martino che insieme ad altri del Gruppo Speleologico Carsico ha allestito in una casetta prefabbricata all’ingresso del paese una bellissima mostra di oggetti della Grande Guerra, ritrovati in anni ed anni di esplorazioni di anfratti e caverne, che va assolutamente visitata.

Con un altro speleologo, Valentino Gigante, ha stampato, per la Sezione Ricerche Storiche del Gruppo, uno straordinario libretto (42 pagine) di fotografie scattate appena dopo la conquista del Monte San Michele.

“A questo fronte terribile si riferisce il libro che presentiamo, frutto del ritrovamento di un album fotografico di qualcuno, purtroppo sconosciuto, che, a qualche giorno di distanza dalla caduta di quelle linee, volle testimoniare la durezza di quei combattimenti”, scrive Gigante nella presentazione.

Lo vendono a 5 euro, da mettere in una scatola di cartone, e ne vale assolutamente la pena. Da distribuire nelle scuole. Ma bisogna venire a prenderselo fin quassù. Gli speleologi non hanno un sito internet. Sennò come la mettiamo col rugby.

Quando sente che sono lì per la poesia di Ungaretti, Ranieri Visintin attacca: “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro…” con aria che mi pare… sì, anche se è irriverente mi pare così: rassegnata. Chissà quanti ne ha già visti arrivare per lo stesso motivo.

“Vai, vai più avanti, a cinquanta metri. C’è un altarino in mezzo alla strada, sotto un albero. Lì c’è una lapide con la poesia. E là, a destra, vicino, c’è l’avvallamento dove Ungaretti l’ha scritta”.

I muri non sono più brandelli. Le case sono state ricostruite anche se il paesino sembra deserto in questa domenica uggiosa, così sperduto in mezzo agli arbusti di questa campagna carsica ad una manciata di chilometri dalla Slovenia e a varie migliaia da quella Venezia dove oggi è carnevale.

Nonno Visintin, come quello di un altro speleologo, ha combattuto nella prima guerra, ma non qui. Lontano. “Qui era Austria. Ha combattuto con gli austriaci, ma lo hanno mandato nei Carpazi. Non volevano che si trovasse di fronte degli amici, gente che conosceva”, dice Ranieri.

La Regione sta facendo molti sforzi per valorizzare la zona in funzione del turismo. Da Redipuglia in avanti si trovano pannelli che indicano i luoghi della guerra ed i percorsi che si possono fare per trovare le trincee, ma Ranieri, mani in tasca nel pile multicolor, scuote la testa bionda.

“Non si trova niente da soli; le trincee sono nascoste. Vai per i boschi e, ad un certo punto, te le trovi davanti. Ma devi andare per i boschi. Lasciare la macchina ed entrarci. Vi possiamo accompagnare noi se tornate”.

San Michele, però, lo troviamo da soli. A pochi chilometri da San Martino, che jella volle proprio sulla linea del fuoco, si elevano le quattro cime del monte (275 metri!) San Michele.

“Su queste cime Italiani e Ungheresi combattendo da prodi si affratellarono nella morte. Luglio MCMXV – Agosto MCMXVI” recita l’epigrafe apposta sul cippo di Cima 3 dettata dal Duca d’Aosta, comandante della 3^ Armata. Nel libro di Gigante e Visintin c’è una foto che ritrae due ufficiali dello Stato Maggiore italiano su Cima 3 nel febbraio 1917. Cippo e lapide sono già alle loro spalle.

Ci sono cipressi, oggi, e un piazzale panoramico dal quale lo sguardo vola fino alle montagne, abbracciando la pianura sottostante e l’Isonzo, appena sotto. L’area è una zona sacra, gestita dall’Esercito Italiano dal 1922 e la balconata naturale è uno straordinario osservatorio sui campi di battaglia della Grande Guerra.

C’è quiete e poca gente, oggi. E’ metà pomeriggio e si avvicina l’imbrunire. Il museo è chiuso, come tutte le domeniche e i giorni festivi d’inverno, fino a marzo. Ma la lapide che ricorda i caduti, sul muro esterno dell’edificio del museo, si può leggere. Oltre 111 mila vittime italiane tra morti, feriti e dispersi.

Per prendere le 4 cime di questa collinetta, assolutamente strategica, si combatterono, tra il 23 giugno 1915 ed il 6 agosto 1916 le prime sei delle dodici battaglie dell’Isonzo. Gli italiani attaccavano da ovest, dalla pianura, e gli ungheresi li cannoneggiavano e mitragliavano dall’alto.

Qui gli ungheresi, nelle prime ore del mattino del 29 giugno 1916, sperimentarono per la prima volta l’uso del gas asfissiante. Morirono immediatamente seimila soldati italiani ed anche, a causa del vento che sospinse il gas indietro, numerosi austroungarici. Le vittime italiane del gas furono poi complessivamente undicimila.

La mattanza finì, con la sesta battaglia dell’Isonzo, il 6 agosto 1916 quando le truppe italiane arrivarono in cima. Il 6 agosto. Oggi si sta incolonnati in autostrada verso il mare. Come si può spararsi e morire su una montagna il 6 agosto?

Vado al cippo di Cima 3 e mi guardo intorno. Ha smesso di piovere e mi pare che non ci sia neanche vento. Il sole sta tramontando, ormai, e le montagne innevate sono bellissime. L’Isonzo taglia come un serpente blu, placido, la pianura disseminata di paesini ciascuno col suo campanile; le strade li collegano gli uni con gli altri; qualche macchina va, ognuna col suo carico di storie.

Guardo e ondeggio leggermente, in equilibrio instabile sui sassi di roccia carsica, bianca e porosa, che ho sotto i piedi in questa pietraia orribile che tanto sangue ha reso sacra. E non penso né al rugby, né al calcio. Respiro. Penso a me che respiro. E a nient’altro.

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