“Don’t worry. Dammi la mano. Sali sul mio risciò”. Trattengo il respiro per farmi più leggera, poi mi rilasso. E’ il suo lavoro, unica fonte di guadagno, lo fa con orgoglio e umiltà. Solo qui le due parole, che altrove sono agli opposti, si fondono sino a diventare una cosa sola.
Bambini e cani frugano e annusano nei bidoni straripanti di spazzatura. Con un sacco di iuta sulle spalle e un uncino, ragazzi scandagliano tra le rotaie delle tramvie cercando qualcosa che possa essere utile:chiodi, tappi, brandelli di stoffa, monetine.
Un giovane sdraiato sul selciato, ha la testa sotterrata. Di fronte, con ordine perfetto, ha steso un telo giallo fermato da sei sassi. Sul telo, 2 rupie. La giornata è ancora lunga.
Ogni mattina tutti escono dagli slum in cerca di un lavoro, di un respiro, di una speranza. E ognuno lo fa’ come può.
Qui si giunge al centro del dramma dell’India contemporanea. Le strade dissestate sono ammassi di rifiuti e fogne agonizzanti che richiamano centinaia di varietà di insetti: la malaria e la lebbra minano ancora la salute di questa città che incarnava “il sogno imperiale della dominazione del mondo dell’occidente”.
A Calcutta non c’è niente di intimo e personale. Si vive in piena trasparenza anche la morte nel lazzaretto di Madre Teresa vicino al Kalìghat, il tempio della dea Kalì, patrona della città.
Assetata di sangue, la dea nera è venerata in un grande tempio a sud di Calcutta, vicino ai gatz delle cremazioni. Folle di fedeli e mendicanti brulicano attorno e dentro il tempio circondato da venditori di ghirlande di fiori, incenso, mucchietti di riso. Si fanno sacrifici di caprette. La dea si sazia. La gente ha fame.
Una coltre di fumo grigio avvolge tutto: sul fiume si bruciano i corpi di chi può permettersi un po’ di legna. Dal Kalìghat si allunga una costruzione con un cancello, un’immagine della Madonna e una scritta: Nirmal Hriday “Casa del cuore puro”. E’ l’ospizio di Madre Teresa di Calcutta.
Manca l’aria, l’istinto è di fuggire. Invece entro nel “lazzaretto” delle Missionarie della Carità. Su gradoni di cemento, 50 brandine numerate, ricoperte da sottili materassi verdi, accolgono 50 uomini. Nella vicina stanza altri 50 posti sono destinate alle donne.
Non un pianto, non un lamento. Tutto è silenzio, pulito come i sari orlati d’azzurro delle tre Suore della Carità. Un dottore indiano, volontario, si aggira nella stanza. Anche Tonj è medico, si libera della Nikon e affianca il giovane collega.
Gambe fratturate (numerosi gli incidenti stradali), epatosplenomegalie ( aumento del volume della milza e del fegato), sospette tubercolosi , possibili tumori. Mancano guanti sterili per le visite mediche, medicinali, bende.
Non tutti sono destinati alla morte. Qui, La aspettano. Poche le domande, meno le risposte. Le tre suore non sono infermiere. Non possono esserlo “per statuto”. Così ha sempre voluto Madre Teresa di Calcutta.
L’esile missionaria è drastica, quasi gelida: “ Questo non è un ospedale, si viene a morire, quello che facciamo noi è dare amore e carità fino all’ultimo istante. Vedi queste persone? In loro c’è gioia, c’è Cristo in Croce, c’è la sofferenza redentrice. Capisci?”.
Parole che trafiggono come lame. No, non capisco. Non vedo gioia e “redenzione”, solo sofferenza. Alcuni ospiti potrebbero essere portati in ospedale e curati. Madre Teresa ha scritto: “La vita è un’opportunità, coglila. La vita è preziosa, abbine cura. La vita è vita, difendila”.
Alle due il cancello si chiude e tutto si ferma. E’ l’ora della preghiera. Riaprirà alle quattro. Nella Nirmal Hriday si attende la morte con dignità. E’ vero. Ma fuori si tenta di vivere ininterrottamente. Sulle strade, negli slum, nelle moschee, nei gatz, negli ospedali, la gente lotta per un pugno di riso, una rupia nella speranza di un mondo senza malattie e sudore.
L’Howrah Bridge unisce le due sponde del fiume Hoogly. Due città gemelle, due volti, due realtà. Una Calcutta. Nessuna risposta.





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