Danza agreste. Connubio tra uomo e animale. Nei boschi cosentini, sull’altopiano calabrese della Sila, tra radure, acquitrini, selciati fangosi e declivi collinari, per la prima volta osservo il mondo da un’altra prospettiva. In sella a un cavallo. Ed è come essere in cima al mondo, dove il gorgoglio dell’acqua di fonte plasmata all’inimitabile sinfonia di zoccoli e nitriti, diventa un contagioso linguaggio universale.
Lasciata la costa ionica e il mare cristallino di Schiavonea, la strada per raggiungere la Sila è tutto un tornante in continua salita. Dagli scogli alla montagna. Attraversata l’intera Corigliano Calabro, Scalo e l’antico Centro Storico, ritrovo lo spettacolare panorama lacustre del lago di Cecita, quindi arrivo a Camigliatello Silano (1300 m. slm), una delle più note località turistiche calabresi: molto frequentata sia d’estate che d’inverno, grazie a impianti di risalita per sciare.
Fatto tappa nei recinti faunistici del Parco della Sila, e assaggiate le specialità tipiche montane, la meta finale del viaggio è anche quella più attesa. La mia prima passeggiata a cavallo presso il maneggio di Croce di Magara, frazione del comune di Spezzano della Sila (800 m slm). Uscito finalmente dalla macchina, un verace odore di sterpaglia e letame equino mi avvolge, cancellando in un attimo ricordi di film (anche animati) e documentari equini. Adesso si fa sul serio.
Con esperienza zero alle spalle, mi viene indicata la mia compagna di viaggio. Faccio così la conoscenza di “Vanitosa”, un magnifico esemplare di colore castano chiaro. Salito un po’ goffamente in sella, percepisco subito la potenza dell’animale. Mi istruiscono su cosa tenere con le due mani (sinistra, briglie e destra, sella), poi la guida dà un comando e inizia a trottare.
I primi metri sono i peggiori. Sono rigido e per niente rilassato. Non mi piace avere i piedi stretti nelle staffe. Vorrei averli liberi. Mi sentirei più sicuro. Vorrei già saper cavalcare e partire a tutta velocità. La realtà invece è diversa. Esco dalla stalla. Dopo un paio di minuti passati sulla strada, si prende il sentiero sulla sinistra per entrare nel bosco. Vanitosa fa un po’ di testa sua, e devia per un tracciato laterale. La sua iniziativa non mi mette troppo di buonumore, poi però riprende la strada e continuiamo.
Inizio a prenderci più confidenza. L’emozione più grande la vivo dinnanzi a un ruscello. Mi sento un transumante in miniatura, mentre l’impatto degli zoccoli nell’acqua mi spedisce all’anima (e sulle braccia) cartoline immortali di semplici gocce. Il sole picchia. Ma nel bosco, le ampie chiome arboree di pini e faggi rendono il tragitto una sfilata in paradiso.
Ogni tanto, l’esperto horse-man che segue la comitiva, parte con un piccolo richiamo vocale, e la “bestiola” inizia ad accelerare il passo, trottando. La prima volta mi fa pompare il cuore a mille. La seconda mi fa sorridere. Alla terza, allento i muscoli e lascio che il cavallo faccia quello che deve. Le mie cosce cominciano intanto ad accusare qualche dolorino, ma è come non sentirlo. Sono lassù. Più vicino al sole e alle nuvole.
Dopo quasi tre quarti d’ora abbondanti, Vanitosa ha un languorino allo stomaco e si ferma a mangiucchiare qualche foglia. Mentre lei si gode il suo meritato spuntino, ne approfitto per godermi il panorama mozzafiato di questo spazio protetto della Sila, la prima riserva in Europa per numero di piante secolari. Quando riprendo il percorso, sono di nuovo sulla strada. E mi scopro a parlare alla mia nuova amica. Tranquillizzandola sulla fastidiosa presenza di qualche mezzo a quattro ruote.
Eccomi di nuovo al maneggio. Non faccio in tempo a scendere che già guardo con nostalgia quanto appena vissuto. E fuggito. Un sogno s’è appena guadagnato la prima pagina dei miei pensieri. Nell’accarezzare il muso di Vanitosa, dalla mia riguadagnata postazione bipede, le confido di essere rimasto in groppa senza aver tergiversato su reminiscenze da rock star ricercata viva o morta. Adesso so che la mia strada ricomincerà solo quando sarò di nuovo lassù.





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