Arroccato su una piccola altura ligure da cui si gode la bella vista panoramica delle colline che sfiorano il mare. Abitato solo da un esiguo gruppo di artisti che ne fanno il paese dei pennelli e dei colori. È Bussana vecchia (IM). Borgo medievale alle spalle di San Remo.
Immutata e incastrata nelle maglie del tempo che qui cessa di scorrere, questa località nasce, a quanto pare, nel periodo dell’Impero Romano. Anticamente il suo nome ERA Armedana o Armedina.
Poco alla volta, a causa delle varie invasioni nemiche, non ultime quelle dei pirati saraceni, gli abitanti cercano di unirsi e costruire case le une vicine alle altre, in modo da fronteggiare gli attacchi.
Si creò così un vero e proprio fortino in cima ad un sinuoso colle. E vi rimase fino ai giorni nostri.
La strada per Bussana è stretta e un po’ impervia, quasi ritrosa a lasciarsi scoprire e i suoi angoli, i suoi anfratti. Le sue stradine sono un vero omaggio al passato, all’arte, al sapore d’antico che aleggia nell’aria, che si respira all’osteria, si sorseggia la bar e si evidenzia nelle pietre con cui sono costruite le case, i muri. Ogni cosa.
E ogni cosa ha un suo respiro. Racconta di sé e, mentre narra, i pittori, gli scultori che vivono a Bussana dipingono o scolpiscono ciò che ascoltano dal paesino stesso.
La sua storia parte da un nefasto giorno. Mercoledì 23 febbraio 1887. Tutto è come sempre, fino ad un attimo prima e quel attimo cambia la vita. Una violenta scossa di terremoto con epicentro l’ entroterra sanremese.
I danni sono notevoli e a soffrirne è tutto l’ abitato di Bussana. Attorno al suo castello gli edifici crollano, così come la barocca chiesa di S. Maria delle Grazie del 1652.
I sopravissuti, dopo anni in abitazioni di fortuna, abbandonano il borgo e il comune di San Remo chiude ogni accesso al paese. Bussana diventa, così il borgo fantasma per sessanta anni.
“Era il primo giorno di quaresima, alle ore sei e venticinque. Il parroco di qui aveva imposto le sacre Ceneri all’ ultimo giunto” si raccontava.
“Quando parve che la mite brezza di poco prima si fosse d’un subito cambiata in un vento furioso, il quale aumentava in un crescendo spaventoso. La terra si scuote, traballa, a lungo ondeggia, poi si aggira vorticosa. Si direbbe il finimondo.
“Si odono rumori diversi di muri caduti, di legname che si spezza, di ferro che si torce, ma a un tratto i diversi frastuoni, le grida disperate sono vinte da un sordo e cupo rimbombo, che vince tutti gli altri. Era la volta che cadeva.
Fin dal primo sussulto il parroco capì il pericolo imminente e dall’altare gridò: “Terremoto, terremoto, salvatevi”. Questo il breve stralcio di una testimonianza dell’epoca.
Da quei giorni si arriva alla fine degli anni Cinquanta quando il torinese Mario Giani, in arte Clizia, ceramista, visitando il borgo diroccato e disabitato, propone di farne una sorta di bottega a cielo aperto.
Una comunità internazionale di artisti, dotata di uno statuto, formale e ufficiale. Gli edifici di Bussana, non rivendicati da nessuno, sono lì a disposizione. Richiamano attenzione e gridano la propria presenza.
Ad ascoltarli, man mano, sono gli artigiani, i pittori, gli scrittori, gli scultori. E il borgo ricomincia a vivere lasciando intaccata la sua struttura urbanistica medioevale. Si ricostruisce con materiali quali tegole, pietre e mattoni recuperati dalle macerie.
Come la fenice, Bussana risorge dalla ceneri con quello che il terremoto distrugge. Artisti da ogni parte del mondo vi si recano, di passaggio o per stabilirsi e dare sfogo alla propria creatività.
Pochi passi, una passeggiata piacevole a Bussana significa girovagare per le botteghe d’arte, notare scorci suggestivi di passato fuso con il presente e di una perfetta armonia tra la natura, a volte impietosa, e la volontà umana, il desiderio di vivere.
L’arte è la prima cosa che vive a Bussana dove, il bar, la fontana, la piccola osteria sono salotti artistici, momenti di condivisione, incontri per parlare della prossima tela o della scultura appena realizzata.





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L’atmosfera è magica . I paesetti abbandonati raccontano solo verità lasciando le “menzogne” alle città moderne. Qui si può tornare finalmente a rivivere sensazioni ed emozioni intense …Personalmente lascerei il passaggio a pochi eletti.
Ciao Liliana, grazie x il tuo commento. In efffetti, ci sono luoghi che dovrebbero restare così come sono oggi, invece che subire l’evoluzione del tempo. Certe atmosfere rischiano di perdersi.