Non esiste un giorno uguale a un altro. Non si ripetono mai gli stessi colori. E quello che si riflette sulle acque di Venezia è un mosaico che non smette di stupire. Nel momento però in cui si sale in barca, passando per canali e laguna, appare un mondo nuovo, incurante dei progressi tecnologici. Lì. In quel momento sei solo tu e l’acqua. Tu e il remo. E inizia la vogata.
Per gli eredi dell’antica Serenissima, una giornata di sole significa una sola cosa: vogare. Lo jogging è per chi vive in città o altrove. Non qui. E in Fondamenta della Misericordia, così come nei tanti canali dei sei sestieri veneziani, ci sono barche parcheggiate in attesa di sgranchirsi la prua e puntare verso un nuovo orizzonte.
L’appuntamento è a bordo. Quando arrivo, precisi colpi di martello stanno già sistemando la forcola. Di lì a poco mi stacco dalla “terraferma” e i palazzi veneziani mi si presentano nel loro abito migliore. Un lavoro di elegante e colorata sartoria architettonica da far invidia ai migliori Brunelleschi. Canale dopo canale qualche goccia si attorciglia sulle mie mani, mentre divertito guardo i volti delle persone, così lontane da me in questo momento.
Costeggiando le Fondamenta Nuove, sbuco fronte l’isola di San Michele, dove si trova il cimitero, e punto deciso verso le isole di Murano e Burano. Arrivare verso queste due isole significa vedere due realtà totalmente differenti da Venezia. Come dei piccoli paesi dove tutti sanno un po’ tutto di tutti.
Vogatore a prua, vogatrice a poppa. Movimento in avanti. La caorlina si muove. Le onde provocate da qualche battello in transito talvolta destabilizzano, ma non sono certo questi gli inconvenienti che possono ribaltare due esperti al remo. Così, prosegue il viaggio, e tra obbiettivo umano e fotografico, faccio incetta di percezioni impressioniste.
Lasciata l’isola celebre in tutto il mondo per il vetro, la mia ultima meta è il “pianeta” dei merletti e dei tipici dolci bussolai. Ma prima di raggiungere quest’ultima, riesco a godermi lo spettacolo naturale delle barene, terre limo-argillose ricoperte di vegetazione, spesso sommerse dall’acqua, i cui colori autunnali le rendono ancora più incantate. Minuscole Atlantide che poste davanti a Burano, sembrano quasi volermi dare il benvenuto.
Dopo due ore sotto il sole d’autunno, come in un’estate di San Martino in ritardo, metto i piedi sui masegni buranei. Ho un po’ le vertigini. Il viso sporco di salsedine, e quel sorriso da soddisfazione senza prezzo. Non cammino ancora. Riconquistata l’isola, preferisco lasciarmi cullare nel passaggio di altre barche. Le loro scie sull’acqua s’intersecano. La loro eredità si riscrive ogni giorno.





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