Pizzi e merletti. Ricami che sembrano intrecci di magia, leggeri come un soffio, realizzati in un luogo nato dagli schizzi variopinti di colore di un pittore.
Questo luogo è Burano. L’isola veneziana dal sapore antico per la sua arte fatta di ago e filo, dall’aspetto sempre rigoglioso e allegro per le sue case coloratissime. Gialle, verdi, rosse, rosa, blu.
Si affiancano. Si appoggiano le une alle altre. Si fronteggiano. Si specchiano nel canale che si riveste di luce, quasi come esseri vivi, pulsanti di fantasia. Una tavolozza di colori nitidi che sanno sorridere ad ogni passante.
Qui le case di Burano non sono solo abitazioni, ma aspetti importanti di un dipinto. Sono un museo della bellezza a cielo aperto in mezzo alla laguna. Un’isola unica in tutti i suoi aspetti.
La sua storia è dovuta agli abitanti di Altino, antica città romana del Veneto, i quali, per sfuggire alle invasioni barbariche, ripiegarono sulle isole lagunari assegnando ad ognuna il nome di una delle porte cittadine. Da Porta Borena, nasce il nome Burano.
Le abitazioni di un tempo erano una sorta di palafitte realizzate con canne e fango. Il terreno era instabile, motivo per cui avevano un solo piano. Man mano, cambiarono aspetto.
C’è chi dice che l’isola dei merletti sia sorta in una zona più vicina al mare e poi abbandonata dalla popolazione per confluire dove adesso si trova.
C’è, invece chi sostiene che sia sempre stata dov’è ora e che, grazie ai venti che l’accarezzano sempre, sia scampata alla malaria.
In ogni caso la sua storia è la storia di un’isola fatta di povera gente che viveva di pesca e agricoltura, fino a che, l’abilità delle merlettaie di Burano, che intrecciano, ricamano, adornano con la vaporosità di un fiocco di neve, non si è trasformata in fonte di ricchezza e ispirazione.
Qui, anche le case sembrano merlettate. Questa arte si tramanda da madre in figlia e nell’apposita scuola perché cresca, negli anni, la rilevanza dell’artigianato locale e la consapevolezza che la grazia, in tutte le sue forme, vada ricercata e preservata.
Le calme acque lagunari accolgono le immagini, un po’ deformate, delle tante case che, vanitose, fanno a gara per abbellirsi. I residenti tengono molto all’aspetto esterno delle proprie abitazioni e tocco dopo ritocco, ne affrescano le mura.
Mirevole anche il campanile storto. Nel vero senso del termine. Svettante nella piazzetta, ombreggia le donne che, sedute sulle panchine, lavorano il tombolo, una tecnica per la realizzazione del merletto.
Naturalmente, quest’isola non può non vantare una leggenda legata all’arte di cui si fregia. Si narra infatti che un pescatore, in epoca antica, durante una navigata in mare verso terre orientali fu ammaliato dal canto delle sirene.
Nessuno era in grado di resistere a quel richiamo stregato, ma il giovane, per amore della sua promessa sposa, proseguì il viaggio senza fermarsi dinanzi alle creature marine.
La regina delle sirene, intenerita da tanta fedeltà per l’amata, colpì, con la coda, il fianco della barca del pescatore e dalla schiuma creatasi per il movimento impetuoso delle acque, si generò un velo nuziale dal ricamo sottilissimo. Regalo per l’ignara fanciulla.
Il giorno delle nozze, la ragazza indossò il velo che richiamò l’attenzione di tutti, tanto che, da quel giorno, ogni isolana iniziò ad imitarne il merletto pazientemente, punto dopo punto.
Da allora, le merlettaie, già in tenera età, si dedicavano al tombolo dalle otto del mattino fino a sera, davanti alla finestra più luminosa della casa per non stancare troppo gli occhi.
Il tempo scorre diversamente a Burano. È più lento. China il capo davanti ai telai e aspetta. Persino lui aspetta che i merletti siano terminati prima di tornare a scorrere.





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