Di ritorno dalla malga Alpe di Nemes, dopo il primo tratto uguale all’andata, con relativo attraversamento del ruscello, cambio di direzione. C’è un sentiero un po’ più ripido che attraversa il bosco. Come non entrarci?
La testa va per la sua strada. Si gira e rigira. M’intima di fermarmi. Su ogni ramo pare esserci una forma di vita. Che nasce e si trasforma. Per un attimo mi pare di essermi trasformato in Tom Yorke, nel video “There there” dei Radiohead, quando viaggia e corre nel bosco.
Strada (o meglio, sentiero) facendo, faccio la conoscere del fungo “spia”, rosso coi puntini bianchi. Assolutamente da non mangiare, in quanto velenoso. Tanto per gli uomini quanto per gli animali. Si dice che dove ce ne sia uno, ci sia un porcino nei paraggi. Butto l’occhio un po’ attorno ma niente.
Trotto a zig-zag. Estirpo qualche fiorellino, collocandolo dapprima sullo zaino, e poi in mezzo ai capelli. Come una creatura di un altro mondo, interpreto un ballo senza schemi né regole. Questa è la magia del bosco. Uno stato di apertura. Rispettoso e capace di meravigliarsi tanto per una ragnatela che per una tana di scoiattolo.
Chiedere d’incontrare un loro abitante sarebbe troppo. Un cervo, o un capriolo magari. Magari un elfo, chi lo sa. A guardare il sottobosco, sembra folle l’idea di essere gli unici esseri umani di questo mondo. Poi però il sentiero si fa sempre più largo, e dalla macchia, mi ritrovo in radura.
Sento il rumore delle macchine che sfrecciano sull’unica strada che collega Veneto e provincia autonoma di Bolzano. Torno al parcheggio della macchina, impotente di fronte a miscuglio di nuovi ricordi che dettano la cadenza al mio respiro.
Prima di ripetermi in marcia, approfitto ancora del tempo. E parto con una corsa goffa (causa scarponi e non calzature da corsa) verso il verde. Senza meta o direzione. Mi rotolo sui prati di passo Monte Croce. La città mi reclama, ma non ne ho ancora voglia.
Prendo una penna e scrivo freneticamente qualcosa prima sulla mano, e poi sul braccio. Lo mostro alle nuvole. Lo mostro alle montagne che da secoli controllano l’operato umano. Resto qualche secondo perché se lo ricordino, poi vado al ruscello, e lavo via tutto. Non ci devono essere freni all’espressione, né alla passione vera.




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