Lyabi-Hauz. Espressione tagika per definire una piazza realizzata intorno ad una vasca e, questa in particolare risale al 1620, all’ombra di antichi gelsi fioriti che emanano il loro profumo sin dalla notte dei tempi, da quando, appena arbusti, sono diventati il parasole di Lyabi-Hauz.
Qui, vecchi uzbeki sorseggiavano il loro tè cocente nella tranquillità del posto.
E ancora qui, a Bukhara è così, sebbene quei vecchi uzbeki abbiano dovuto trovare altra collocazione per far spazio, in quest’angolo cittadino, alle attività turistiche.
Siamo nel cuore dell’Asia. A 250 chilometri a valle di Samarcanda, sul fiume Zerafshan in Uzbekistan. Terra dalle elevatissime temperature estive e dal freddo intenso invernale.
Terra estesa per 1500 chilometri. Semidesertica e verde solo per le coltivazioni forzate di cotone. Terra di disastri ambientali come il prosciugamento del lago d’Aral. Terra, una volta governata dalla sovietica Russia e crocevia di diverse culture, lungo la mitica via della seta.
Bukhara è una delle città uzbeke che conserva il fascino millenario del passato, che ancora consente di ammirare il suo splendore come se arrivasse direttamente da secoli addietro.
Il centro storico patrimonio Unesco, il minareto Kalon (1127), l’edificio più alto della zona il cui nome in tagiko, lingua persiana, significa “grande” dati i suoi 47 metri di altezza, il Parco Samani, il mercato agricolo, i bazar, sono immuni al decorrere del tempo.
Si può passeggiare scorgendo ad ogni angolo un suggestivo punto di osservazione e contemplazione. La Medressa di Nadir Divanbegi, inizialmente voluta come caravanserraglio, luogo di sosta per i commercianti, i viandanti e i loro animali, poi medressa per ordine del Khan, il reggente. Ancora un’altra Medressa è quella di Kukeldash di Abdullah II, una volta la più grande scuola islamica dell’Asia centrale.
Particolarità della città è data dai bazar al coperto. La zona a nord e a ovest di Lyabi-Hauz era interamente dedicata al commercio nei bazar, labirintici vicoli e gallerie per i negozi accolti sotto i tetti sormontati dalle cupole per convogliare all’interno aria fresca e temprarsi dalla calura eccesiva.
Oggi i tre bazar coperti, ristrutturati in epoca sovietica, sono un’attrazione, soprattutto per i viaggiatori e sono distinti sempre in sezioni, in base alle merci in vendita.
Ognuno di questi bazar era adibito ad un’attività specifica, diversamente da ora. Il Taqi-Sarrafon era il luogo dei cambiavalute, il Taqi-Telpak Furushon il bazar dei cappellai, infine il Taqi-Zargaron quello dei gioiellieri.
E, a proposito di cappelli, Bukhara offre una molteplicità di variazione sul tema. Cappelli di ogni tipo e per ogni testa. Solitamente, i più richiesti sono ampi, alti sul capo e rivestiti di pelliccia di animale. Indossati indistintamente d’estate e d’inverno per proteggersi, rispettivamente dal caldo e dal freddo.
I bazar, attualmente sono un avvicendarsi di bancarelle che vendono di tutto. Dalle stoffe vistose e colorate agli scialle di pelo di cammello, leggeri e morbidi, ai meravigliosi tappeti asiatici elaborati con antichi telai dalle donne locali, ai formaggi esposti senza alcun riguardo all’igiene e lasciati alle cure delle mosche, alle carni i cui tagli, soprattutto le lingue di bovino, vengono allineate, in bella vista, su tavolacci sporchi e insanguinati. Inutile parlare di banco frigo.
L’artiglieria sovietica ha lasciato il suo amaro segno. Poco distante dal bazar dei gioiellieri, si erge la Medressa di Ulughbek del 1417. Questi era nipote del tiranno Tamerlano. La Medressa è ornata da piastrelle azzurre e lasciata all’incuria dei piccioni e all’ospitalità di un piccolo museo che mostra le foto dell’edificio dopo gli attacchi militari del 1920.
Bukhara è una città allegra, vivace che unisce moderno e antico in un armonico ambiente. Sotto i raggi solari luminosi e intensi, i colori, tendenzialmente azzurri, dei suoi edifici brillano come diamanti, come fili d’argento che si posano sulle onde del mare quando la luna si adagia sulle acque.
E il modo migliore per salutarla è adeguarsi ai saluti tipici uzbeki, quelli più affettuosi, ovvero tenendo la mano destra sul proprio cuore e chinando leggermente il capo in avanti.





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Ho gradito molto l’articolo sulla via della seta e poichè sto preparandomi per un viaggio,in auto, in Uzbekistan,Kazakistan,Russia,gradirei mettermi in contatto con l’autrice Genovese per avere utili informazioni.E’possibile?
Grazie ed in attesa di una risposta invio cordiali saluti
Franco
Ciao Franco,
sono sicura che il tuo viaggio sarà splendido. Le tue mete mi sembrano davvero suggestive. Se posso esserti utile in qualche modo, lo faccio molto volentieri, ma ti anticipo che non ho visitato la Russia e il Kazakistan.
:O)